Le misteriose presenze nell’immaginario di un tempo
Le masche sono delle figure misteriose e affascinanti che popolavano l’immaginario degli abitanti delle nostre zone. Si tratta di creature femminili enigmatiche, spesso associate al sovrannaturale, che fanno parte dell’antica tradizione orale. Le masche sono state tramandate di generazione in generazione, e sebbene abbiano subito diverse interpretazioni nel corso degli anni, sono rimaste un elemento culturale importante.

Generalmente rappresentate come donne comuni ma dotate di poteri sovrannaturali, sono ereditate da madre a figlia o da nonna a nipote, o persino tramite un lascito volontario. Nella credenza popolare, queste figure possiedono l’immortalità, ma non sono esenti dall’invecchiamento o dalle malattie. La loro peculiarità risiede nella trasmissione dei poteri: per lasciare questo mondo, devono donare i loro poteri a un essere vivente, spesso un giovane della famiglia, ma talvolta anche a un animale o una pianta.
Le masche sono dotate di abilità straordinarie, come la bilocazione e la capacità di trasformarsi in animali, vegetali o oggetti. Sono in grado di separare l’anima dal corpo e librarsi nello spazio in forma immateriale, un’attività che si svolge prevalentemente di notte. Sebbene le masche possano avere un’indole capricciosa, dispettosa e vendicativa, possono anche essere benefiche, curando malattie o salvando vite in pericolo.
Le masche non sono vincolate all’elemento religioso, contrariamente ad altre tradizioni. Partecipano attivamente alla vita religiosa, frequentando la chiesa e ricevendo i sacramenti come le altre donne della comunità. Tuttavia, il loro status non è esente da pregiudizi e fraintendimenti, come dimostrano le antiche credenze di attribuire a loro eventi inspiegabili.
Attraverso i secoli, numerose credenze si sono tramandate. Ad esempio, si credeva che durante la messa il sacerdote fosse in grado di individuare una masca, o che bastasse una croce immersa nell’acqua santa per impedire alle streghe di fuggire.
Si pensava anche che per svelare le masche e allontanarle fosse necessario bruciare legna e catene della stalla e colpire con un bastone coloro che erano sospettati di essere streghe, costringendole a confessare e a promettere di abbandonare le loro pratiche magiche.
Tra le leggende si narravano anche una serie di precauzioni per proteggersi dagli incantesimi e dalle malefiche azioni delle masche. Le levatrici e le madri consigliavano di non lasciare gli indumenti dei bambini ad asciugare all’aperto, per evitare che le masche potessero nuocere loro attraverso gli abiti.
Alcuni posavano sui battenti della porta di casa dei rametti a forma di croce o una scopa accanto al focolare. Quando la masca giungeva, contava i fili di saggina, ma la sua scarsa abilità matematica la tradiva, facendo sì che fosse scoperta al suono delle campane all’alba, impiegando troppo tempo nel conteggio.
Altri suggerivano di circondare la casa con un filo di canapa filato da una ragazza pura, che mai aveva usato un fuso. Si ricorreva anche a talismani come panni con immagini sacre, posti sulle fasce dei neonati, o a sacchetti contenenti sale triturato e candele benedette, portati al collo per protezione. Le donne spargevano sale nei letti e nelle stanze come ulteriore precauzione.
Tale era il timore delle masche nei piccoli borghi che punteggiano ancora oggi la nostra regione, che si cercava costantemente nuovi modi per proteggersi. Ma insieme a queste pratiche di difesa, si tramandavano anche le storie sulle masche, che hanno alimentato l’immaginario popolare. Ogni bambino piemontese ha cresciuto ascoltando questi racconti di terrore, tutti, almeno una volta, sono stati spaventati da essi.
I contadini si affidavano alle benedizioni speciali dei parroci o ai poteri dei settimini per liberare le persone e gli animali ritenuti vittime degli incantesimi delle masche
Le masche rappresentavano anche una forma di esperienza paranormale, ancor prima che questo termine fosse coniato. Quando qualcuno raccontava di aver visto le masche, non si riferiva a un incontro con streghe nel senso tradizionale, ma a qualcosa di inspiegabile e inquietante che lo aveva terrorizzato. Tutto ciò che sfuggiva alla comprensione e alla spiegazione era associato alle masche e alla loro presunta presenza.
Gli anziani ricordavano sempre almeno un paio di eventi strani e inspiegabili, come raccolti che misteriosamente andavano perduti, animali che si ammalavano improvvisamente o neonati che morivano in culla senza motivo apparente. Inevitabilmente, la colpa di queste sventure veniva attribuita a una donna sospettata di possedere poteri occulti, alimentando così la paura e il sospetto verso coloro che erano considerati “diversi” o “strani” dalla comunità.

Nel passato, le masche erano spesso associate a eventi negativi e inspiegabili, che venivano chiamati “mascherìe”. Le donne accusate di essere masche potevano essere perseguitate, processate e persino condannate al rogo dall’Inquisizione. Oggi, l’evoluzione culturale ha portato a un tono scherzoso nel commentare eventi apparentemente “soprannaturali”.
Nei documenti dell’Archivio Diocesano di Acqui, specificamente nei procedimenti contro gli accusati di stregoneria conservati nell’ambito del foro ecclesiastico (1585-1727), emerge un particolare procedimento inquisitorio relativo alla presunta stregoneria nella zona di Dego. Nel mese di agosto del 1703, il Vicario Foraneo di Pareto inoltrò al Vicario Generale del Vescovo di Acqui informazioni riguardanti due donne, Caterina Fratei di Niosa e Anna Varalda di Brovida.
Le donne venivano accusate di essere state osservate in manifestazioni strane, assumendo a tratti le sembianze di una capra e altre volte di una porca. Inoltre, veniva loro attribuita l’accusa di aver cercato un tesoro in un prato attraverso invocazioni al Diavolo. Un’accusa aggiuntiva riguardava la presunta responsabilità nella morte di un neonato, il quale, secondo l’accusa, non riusciva a nutrirsi a causa del semplice tocco delle due donne.
Nonostante la trasmissione di tali informazioni al Vicario Generale, sembra che non sia stato avviato alcun processo successivo. Si ipotizza che la mancanza di ulteriori azioni giuridiche possa essere attribuita a un certo buon senso che prevalse in quell’occasione, forse mettendo in dubbio la fondatezza delle accuse.