La pietra serena

Quando da un ciapè nacque una cava
La pietra serena è un’elegante arenaria grigia che ha plasmato l’architettura e la scultura in Toscana, soprattutto a Firenze, donando una bellezza senza tempo a case e monumenti storici. È considerata uno degli elementi decorativi più raffinati dell’architettura rinascimentale.

Le cave di pietra serena si trovano principalmente in Toscana, ma una vena di questa pregiata materia prima fu scoperta anche a Dego.

L’inizio della lavorazione della pietra serena a Dego risale a circa il 1815, quando un terreno fertile fu scambiato con una zona sterile (ciapè) , offrendo così ad una famiglia di scalpellini comaschi che si era trasferita Dego, la possibilità misurarsi e di dominare la materia inerte. La stirpe di scalpellini, continuata nelle generazioni successive, seppe dare alla pietra forma rispondente alle sue funzioni costruttive e architettoniche e conferirle morbidezza in figure varie che si possono ammirare ad esempio nella facciata di una antica tomba del locale cimitero e nei resti di una statua denominata “marinaretto” e dedicata ad un bambino. Sempre a Dego appaiono imponenti le colonne di una tomba che signoreggia sulle altre con la sua struttura di tempio greco. Nella cava si svolgeva una intensa attività che dava vita a scalini, a bordi per marciapiedi, alle “armille” (pietre che formano i pilastri dei ponti), a portali di chiese, a decorazioni tombali in Voghera e a Savona, ai pilastri che accompagnano via Paleocapa, sempre a Savona. Gli scalpellini arrivavano con una borsa ed un martello infilato nella giacca sulla schiena e si fermavano alla cava fino a quando c’era lavoro; alla fine dell’Ottocento toccarono anche punte di settanta unità. All’inizio l’estrazione della pietra avveniva operando tagli verticali (canaletti) con punte sempre più lunghe, fino alla lunghezza di metri uno o poco più; l’aiuto di un cuneo sistemato nel “verso” della pietra consentiva il distacco dei blocchi a massa integra, non frantumati. A volte si usavano le mine o esplosivi lenti per asportare materiale di scarto. Successivamente, attorno al 1930 circa, si usò praticare l’escavazione della pietra con il filo elicoidale. Questa consisteva in una treccia, composta da fili in acciaio avvolti a elica, rinviata su una lunga serie di pulegge e mantenuta in tensione; il filo trascinava della sabbia silicea, fortemente abrasiva, mista ad acqua e riusciva a consumare la pietra scavandovi un solco. I blocchi ottenuti erano di notevoli dimensioni, con facce piane e con minimo spreco di materiale. Si procedeva poi alla segatura dei blocchi con lame di acciaio che tagliavano con l’aiuto di sabbia silicea o smeriglio, interposti tra lama e pietra mediante un filo d’acqua che operava contemporaneamente il raffreddamento della lama. Il taglio risultava di 4-5 cm. per pietre leggere. Le lastre ottenute, secondo lo spessore voluto, venivano ancora lavorate, fino ad ottenere il manufatto desiderato, con seghe circolari diamantate o con elettromole portatili. Profili e forme speciali potevano essere conferite ai blocchi mediante la fresatura e la tornitura.

Il declino dell’uso della pietra serena avvenne intorno al 1980, per motivi economici e di mercato.