La filatura della lana

Esperienza, pratica, destrezza e coordinazione, era difficile filare la lana…

 

Tradizione lana 1 1200

La filatura della lana, un tempo, veniva realizzata in casa nelle cascine e nelle case del nostro paese. Questo processo era vitale per trasformare la lana grezza appena tosata dalle pecore in fili, utilizzati poi per la tessitura di calze, maglioni, coperte e altri manufatti. Il ciclo iniziava con la preparazione della lana. La lana grezza veniva pulita e cardata per rimuovere le impurità, come polvere, paglia o eventuali nodi. Questa operazione avveniva spesso utilizzando pettini speciali, come le cardatrici, composti da denti metallici o di altri materiali. Una volta pulita, la lana si “sgarlazzava” veniva cioè pettinata e districata con cura, garantendo che le fibre fossero libere e uniformi, pronte per la filatura. Il filatoio era uno strumento essenziale in questo processo. Si trattava di un fuso e una rocca. Il fuso era una sorta di asta affusolata in legno o metallo, e solitamente alla base veniva messa una patata, per dare peso e stabilità. La rocca, invece, serviva per contenere la lana e agevolare la filatura. Il processo richiedeva destrezza e coordinazione: il filatore teneva la lana tra le dita, bagnandola con la saliva (per avere sempre la saliva si teneva in bocca una castagna secca) e tirandola dolcemente mentre girava il fuso per produrre il filo. L’esperienza e la pratica permettevano al filatore di regolare la tensione e di ottenere fili più sottili o più spessi a seconda dell’uso finale. La filatura artigianale richiedeva una grande attenzione: la lana doveva essere tirata con costanza per evitare nodi o fili irregolari. Un errore durante il processo poteva compromettere l’intera produzione. Questa pratica richiedeva tempo e dedizione. I filati ottenuti erano spesso di altissima qualità, dovuti alla cura artigianale e alla capacità di ottenere fili sottili e resistenti. Una volta ottenuti i filati desiderati, venivano lavati ed utilizzati.