Il grano ed i pajarin

A batti er gran

 

Generalmente, nel mese di giugno, arrivava il momento atteso della mietitura del grano nei campi. Questa operazione, un tempo interamente eseguita a mano, rappresentava un momento cruciale per i contadini, che dedicavano intere giornate al lavoro nei campi sotto il sole cocente.

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I contadini, con la schiena curva, passavano le ore falciando le spighe mature, interrompendo solo per il pranzo consumato, se si era distanti dalle case dei proprietari sul posto, a mò di  merenda sinoira, riparandosi all’ombra di qualche albero per una breve pausa. Al termine di una lunga giornata, i covoni di grano venivano sistemati in attesa della trebbiatura, che avveniva nelle prime settimane del mese successivo. Tra le stoppie dei campi venivano realizzati i covoni di frumento, disposti in mucchi a croce chiamati “burle”, in attesa dell’arrivo della macchina da trebbia. Questa imponente macchina, lunga e fragorosa, trovava spazio solamente negli ampi campi.

La trebbiatura coinvolgeva una squadra numerosa di addetti. In passato, questa operazione avveniva percuotendo il grano con bastoni snodati per separare il chicco dalla spiga, per questo la trebbiatura si dice “batti er gran”.

La trebbiatrice, una grossa macchina con nastri e pulegge, sin dal suo arrivo catturava l’attenzione e la curiosità dei numerosi bambini del paese.

Sotto la calda e umida aria, nubi di polvere e pula irritante colpivano gli uomini impegnati nell’arduo lavoro. Da sopra le borle, i mietitori gettavano con perizia i covoni rigonfi di spighe nella bocca della trebbiatrice, o manovravano le balle rettangolari di paglia (balòt) lontano dall’imballatore. Accanto al trattore, con la sua testa fumante, venivano allineati ordinatamente i sacchi ricolmi di chicchi di frumento, sorvegliati attentamente dal padrone del raccolto.

Se le burle erano vicine alla casa del proprietario allora a  mezzogiorno veniva servito il pranzo realizzato dalle donne. Tra un cucchiaio di zuppa e l’altro, le persone facevano largo alle golate di vino, che veniva tenuto fresco in un pozzo, conservato all’interno di un secchio per massimizzare il suo potere dissetante.

Alla sera, dopo una giornata di lavoro estenuante, quando le lucciole illuminavano il cielo estivo offrendo uno spettacolo incantevole, c’era un premio speciale ad attendere i lavoratori sotto la frescura della sera.

Molte volte all’aperto, magari su un carro improvvisato usato come tavolo venivano disposti piatti di peperonata, salame e robiola ormai matura. Se il raccolto era stato abbondante e prospero, ci si concedeva il lusso di ravioli e polenta, il tutto accompagnato dalle note di qualche armonica scordata, dalle canzoni allegre, o da qualcuno che aveva portato gli strumenti musicali e improvvisava canzoni. Era un momento di gioia condivisa, un modo per celebrare il duro lavoro svolto e godere dei frutti della terra condivisi tra amici e familiari.

 

I pajarin, galantuomini della paglia

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I pajarin erano i conduttori ed i responsabili della trebbiatrice. Erano generalmente galantuomini e pieni di fascino, ma per loro, la stagione del grano significava fatica e pericolo. Dovevano conoscere bene la macchina in caso di rotture e durante il lavoro dovevano rimanere sempre all’erta e concentrati poiché, sebbene le macchine risparmiassero tempo, potevano causare problemi imprevisti. Anche per loro, l’estate portava con sé un periodo di pranzi e cene presso i proprietari delle biche, almeno fino alla festa di Ferragosto. Solo in quella giornata, quando si chiudevano gli ultimi sacchi di grano, potevano finalmente festeggiare attorno a una sontuosa tavola imbandita.

Per tre mesi non dormivano mai, si partiva al mattino presto, poi pausa con pranzo abbondante e ribota finale fino a tarda notte. Tanto mangiare, esagerato, ma pochissimo dormire. Molte volte neppure tornavano a casa, si fermavamo a dormire nel fienile. E nessuna doccia oltre tutto, “ed ma che na mano d’èva a còl, mica tant”.