Et dreumi dra quorta, cume i bigatti
Già a partire dal 1700, molte famiglie nel nostro paese hanno trovato nell’allevamento del baco da seta, chiamato anche bigatto, una fonte di reddito sicura e stabile. L’attività iniziava con l’acquisto delle uova, solitamente in quantità di un’oncia o mezza oncia. Con mezza oncia di seme, si riuscivano a produrre circa 20-25 chilogrammi di bozzoli, conosciuti anche come cucatti.

Questi insetti, originari della Cina settentrionale e parte della famiglia Bombycidae, richiedono condizioni specifiche per la loro schiusa: una temperatura di almeno 15°C e un ambiente ben arieggiato e tiepido. Per far schiudere le uova, le donne avvolgevano le uova in una pezza e le tenevano al caldo nel loro seno per circa dieci giorni. Una volta schiuse le larve, venivano sistemate su graticci o scaffali e nutriti con foglie di gelso, precedentemente sminuzzate e poi intere. Di conseguenza, era comune coltivare il gelso in filari misti con altre piante erbacee. Il lavoro quotidiano consisteva nella raccolta e frantumazione di foglie asciutte e pulite, oltre al cambio regolare dei fogli di carta che raccoglievano gli escrementi.
I bruchi venivano alimentati più volte al giorno. Essi subivano quattro mute, durante le quali alternavano periodi di nutrimento ad altri di riposo. I contadini li descrivevano come “dormienti di prima, di seconda, di terza e di quarta”. Questo comportamento ha ispirato diversi detti popolari, come “andrumi cumme in bigat” e “dreumi dra quorta cume i bigatti”, usati per descrivere persone distratte o non pronte ad ascoltare, e “riz cume in bigat” per indicare persone malaticce o affette dal freddo. Eventi imprevisti, come sbalzi di temperatura o malattie gravi, potevano mettere a repentaglio l’intero allevamento nei dieci giorni finali del ciclo.
Dopo la quarta e ultima muta, il bruco, che raggiungeva una lunghezza di circa 8 centimetri, smetteva di nutrirsi ed era pronto per produrre il bozzolo. Si arrampicava sul “castello” o “bosco”, preparato dal contadino in granai o soffitte appositamente oscurate con cespugli secchi di erica o ginestra sistemati sui graticci. Per due o tre giorni, il baco produceva incessantemente seta, formando un involucro nel quale rimaneva chiuso. Il filo di seta, emesso da una protuberanza chiamata filiera, poteva raggiungere fino a 1500 metri di lunghezza. I bozzoli avevano una forma ovale armoniosa ed un colore giallo-oro intenso. Per l’utilizzo della seta, era necessario raccogliere i bozzoli prima che le farfalle emergessero, evitando la secrezione rossastra che avrebbe macchiato la seta.
I contadini vendevano i bozzoli a un grossista di Dego, il cui centro di raccolta si trovava nell’attuale edificio sede della Pro Loco. Successivamente, i bozzoli venivano inviati a Monesiglio, dove esisteva un forno che provvedeva alla loro essiccazione, mantenendoli a una temperatura di circa 80 gradi per evitare che le crisalidi, diventando farfalle, rompessero il filo di seta nel tentativo di uscire. A Monesiglio c’era pure una filanda che iniziava a lavorare i bozzoli per ricavarne la seta. In seguito anche a Dego fu costruito un forno ed oltre alla raccolta si effettuava una prima cernita del prodotto. Il trasporto avveniva con un camion, ogni anno il viaggio veniva ripetuto parecchie volte (non è stato possibile precisare la quantità reale). La bachicoltura ha avuto termine con la fine della seconda guerra mondiale. Essa ha lasciato anche una traccia nei canti popolari. Dice una canzone: