Il Marchesato del Monferrato, il Regno di Sardegna e la peste
1492 scoperta America – 1789 Rivoluzione francese
Il Marchesato del Monferrato
Dego dal 1419 al 1625 appartenne del Marchesato del Monferrato.
L’agricoltura era l’attività economica dominante. Gli abitanti di Dego, gran parte contadini, erano legati alla terra e dovevano pagare tasse o fornire servizi al marchese. Le terre coltivate producevano soprattutto cereali (in prevalenza grano e biada) e legumi (ceci, piselli, cicerchie, fave, veccia, lenticchie e lupini). Sembrerebbe che la coltivazione più diffusa fosse quella del cece, il che spiegherebbe la presenza della farina di ceci, ingrediente essenziale del piatto tipico della farinata. Vi era anche molta frutta (pere, mele, prugne, fichi ed erano molto ricercate persino le ghiande). Ai bordi delle vigne, spiccavano le “persiche”, le pesche da vigna, alberi selvatici dai frutti piccoli, ma profumati e saporiti. Appunto erano presenti anche le viti, soprattutto nelle colline terrazzate. Le viti venivano a volte coltivate a filari, altre volte si trovavano ad “alteni”: appoggiate ad altri alberi, come quelli da frutta, utilizzati come sostegni vivi su cui le viti si arrampicavano. Questo sistema tradizionale era particolarmente utile in zone come la nostra, dove il terreno era limitato e doveva essere sfruttato al massimo. Il vino prodotto non era solo una bevanda consumata nelle numerose taverne, ma un elemento fondamentale della dieta quotidiana. Grazie alla sua facilità di conservazione, diventava un vero e proprio alimento, contribuendo all’apporto calorico e nutrizionale delle persone. Da un particolare vitigno veniva prodotta la Muscatella, un vino molto dolce e profumato.
Anche l’allevamento era presente. Si allevavano bovini e suini soprattutto per la carne, e ovini ed equini soprattutto per latte e lana. Nelle corti di ogni casa razzolavano galline, polli, anatre e oche ed erano molto allevati anche i colombi. Sembra invece non fossero presenti i conigli in quanto non apprezzati.
Il Marchesato del Monferrato, a cui appartenne Dego per ben 207 anni nel periodo che va dal 1419 al 1625, era governato da un marchese che era responsabile dell’amministrazione del territorio, della giustizia, e della difesa. Egli era vassallo del re a cui doveva fedeltà e servizio militare. In cambio, godeva di un’ampia autonomia nel governare il proprio territorio. All’interno del marchesato, il marchese concedeva terre (feudi) a nobili e signori minori (vassalli), che a loro volta dovevano giurare fedeltà e fornire supporto militare. Questi vassalli potevano includere baroni, cavalieri, e altri nobili e signori, che governavano i loro piccoli feudi in nome del marchese ed erano responsabili dell’amministrazione delle terre loro assegnate. Questo includeva la riscossione delle tasse, l’organizzazione del lavoro agricolo, e l’amministrazione della giustizia all’interno del loro feudo. Inoltre dovevano fornire truppe e supporto militare al marchese in caso di guerra. Ogni signore era responsabile della difesa del proprio territorio e doveva essere pronto a partecipare alle campagne militari del marchese.
Il Marchese del Monferrato era vassallo dell’Imperatore del Sacro Romano Impero. Il Monferrato faceva parte del Regno d’Italia, che era una delle componenti del Sacro Romano Impero. Questo legame significava che i marchesi del Monferrato avevano obblighi di fedeltà e di servizio militare nei confronti dell’imperatore, piuttosto che di un re nazionale.
Nel settembre dell’anno 1453, a Dego passarono le truppe del Re di Francia, Renato d’Angiò. Il sovrano, sbarcato a Savona con duemila cavalieri e altrettanti fanti, salì lungo la Valle Bormida. Attraversato il paese, proseguì il suo cammino verso il Piemonte, riuscendo in seguito nell’importante impresa di riappacificare il Marchese del Monferrato, Giovanni IV Paleologo e il Duca di Milano, Francesco Sforza in conflitto per il controllo di alcuni territori.
Il Ducato di Savoia
Nel 1625, nell’ambito della guerra dei Trent’anni, la riviera ligure divenne teatro di aspri scontri tra le forze francesi e spagnole, entrambe determinate a consolidare il proprio dominio sull’Italia settentrionale e a controllare i preziosi porti lungo la costa ligure, fondamentali per il commercio marittimo.
In particolare, a Dego nel 1625, la situazione divenne critica quando gli eserciti francese e sabaudo occuparono il paese con violenza e distruzione, incorporandolo nel Ducato di Savoia. La regione dell’alta Val Bormida, in cui si trovava Dego, era un crocevia di interessi e divisioni politiche, con il nostro paese che faceva parte del Marchesato del Monferrato, mentre altre località come Cairo e Rocchetta erano contese tra il Marchesato del Monferrato e il Ducato di Milano, all’epoca sotto il dominio spagnolo.
La disputa principale riguardava la successione al Marchesato di Zuccarello, privo di eredi legittimi, e la Francia, guidata dal cardinale Richelieu, aveva anche l’obiettivo di annettere Genova e il suo importante porto. Durante l’occupazione di Dego da parte delle truppe francesi (con 10.000 uomini), che durò dal 26 giugno al 3 luglio 1625, la popolazione locale subì terribili sofferenze. Le truppe agirono con brutalità e spietatezza, saccheggiando e distruggendo tutto ciò che trovavano, compresi i raccolti e le risorse alimentari. Questo comportò una grave carestia e la diffusione di malattie e febbri maligne, che mietettero molte vittime tra la popolazione.
Il ricordo di quel periodo di devastazione e dolore rimase vivo nella memoria degli abitanti di Dego grazie alla testimonianza del Parroco dell’epoca, don Scasso, riportata sui registri parrocchiali, che offre un’indicazione cruda delle sofferenze inflitte dalla guerra.
APPROFONDIMENTO
Le note di Don Scasso sui Francesi nel 1625

Don Scasso ha lasciato nel libro dei defunti la descrizione degli eventi legati all’arrivo dell’esercito franco-sabaudo a Dego nel giugno 1625. Il contingente proveniva da Acqui e si dirigeva verso Savona. La sosta a Dego fu motivata dall’attesa di rinforzi e dalla successiva missione su Cairo il 2 luglio, per eliminare un presidio imperiale (quel giorno venne distrutto il castello cairese). Dopo il ritorno a Dego il 3 luglio, l’esercito mise a fuoco la contrada di Vermenano e rinunciò all’assalto su Savona, concentrandosi sulla difesa contro le truppe spagnole provenienti da Milano.
In quell’anno santo 1625, l’armata francese, guidata dal Contestabile di Francia e dal Duca di Savoia, aveva causato devastazione nei luoghi attraversati. Dopo aver preso Gavi, si fermò a Dego nel mese di giugno, attendendo rinforzi e cannoni. La fanteria avanzata, con dieci cannoni, giunse a Dego intorno a mezzogiorno del 26 giugno. La permanenza delle truppe francesi provocò la fuga degli abitanti, che cercarono rifugio nei boschi, danni alle case e ai raccolti, oltre a patimenti e malattie. L’esercito partì il 3 luglio dopo la breve incursione a Cairo e il fuoco a Vermenano.
L’arciprete Scasso sottolinea le calamità e le malattie che colpirono la popolazione locale, descrivendo la sofferenza della gente che si rifugiò nei boschi e subì disagi e perdite di beni. Le febbri e altre malattie causarono la morte di molte persone. Nel periodo tra il 17 luglio e il 30 dicembre 1625 morirono 218 persone, tra adulti e bambini.
Don Scasso fornisce dettagli sull’alloggiamento del principe Vittorio del Duca di Savoia e del Maresciallo francese Crechi durante la loro permanenza a Dego. Il principe Vittorio alloggiò in Castello, nella casa del capitano Gio Antonio Sicco, mentre Crechi si stabilì nella borgata Oltrebormida, in una casa tuttora esistente a fianco dell’asilo parrocchiale, che successivamente diventò Palazzo dei Rolli (per il territorio di Dego), ciò l’edificio adatto ad ospitare personaggi importanti durante le visite di Stato.
La peste del 1631
Nel 1830-‘31 il nord Italia fu colpito da una delle epidemie di peste più devastanti della storia, conosciuta come la “Peste di San Carlo”. Questa epidemia fu particolarmente virulenta e si diffuse rapidamente anche nelle Langhe. Le condizioni igieniche precarie, il sovraffollamento e la scarsa conoscenza delle cause della malattia contribuirono alla sua rapida diffusione.
Le misure adottate per cercare di contenere l’epidemia, come la quarantena e il confinamento dei malati, furono insufficienti a fermare il contagio.
In quel triste anno Dego passò da 1312 a 532 abitanti (-59%) ponendosi fra i paesi della Val Bormida con il più alto numero di morti durante quella tragica epidemia.
APPROFONDIMENTO
Le note di Don Scasso sulla peste
Dall’archivio parrocchiale si ha una conferma indiretta dell’imperversare del contagio nel nostro paese. Il parroco Don Scasso, nel libro dei morti di Dego annota che il 25 aprile 1631, quattro persone morirono a causa della “contagione”, di cui tre furono sepolte presso le loro abitazioni.
Per il successivo mese di maggio, le annotazioni dei defunti raggiungono circa 60 persone, con la nota che i morti venivano sepolti in campagna, a causando della mancanza di chi si occupasse del trasporto dei corpi al cimitero (i due becchini di Dego furono fra le prime vittime della peste).
L’ultima annotazione di don Scasso, datata 4 giugno 1631, riferisce della morte di Gio. Batta Augusto, nipote del parroco, a causa della malattia e poi sottolinea la difficoltà di registrare i nomi delle vittime, poiché molti venivano sepolti nei campi dove morivano.
Il registro dei battesimi (“Liber Baptizatorum 1621-1660”) sul quale scriveva Don Scasso, presenta un’ampia lacuna proprio nel periodo di massima diffusione del contagio: dopo il 4 giugno del ‘31 c’è il vuoto fino all’anno successivo, allorché l’annotazione ”Descrizione nuova fatta da me infrascritto Gaspare Sicho, moderno arciprete di Dego, incominciando l’anno 1632” ci permette di capire che la peste si era portata via, fra gli altri, anche il parroco, che non ha più potuto curare i registri fino all’arrivo, cessato il contagio, del successore.
APPROFONDIMENTO
Il saccheggio di Santa Giulia del 1672
Nel 1672, l’Europa era immersa in un periodo di turbolenza politica e militare, e la penisola italiana non era immune da queste tensioni. In questo contesto, Raffaele della Torre, un influente patrizio genovese, cercò di sfruttare l’instabilità politica a proprio vantaggio. Egli intraprese una mossa audace, proponendo una congiura alla corte sabauda con l’intento di rovesciare il regime esistente a Genova. In cambio del supporto militare sabaudiano, Della Torre offrì la città portuale di Savona al Ducato di Savoia.
Tuttavia, i piani di Della Torre furono compromessi quando la congiura fu scoperta il 23 giugno 1672 da Angelo Maria Vico, causando un’accelerazione degli eventi. Nonostante il patrizio genovese riuscisse a fuggire, l’inizio dell’invasione savoiarda divenne inevitabile.
Le truppe sabaudi avanzarono da Ceva verso Savona, contando sull’appoggio di Della Torre. Tuttavia, una volta resisi conto del fallimento della congiura e dell’imminente avanzata nemica, le forze piemontesi presero provvedimenti per contrastare l’invasione. Il comandante Catalano Alfieri ricevette l’ordine di muovere l’esercito nell’entroterra ligure per proteggere le posizioni strategiche e difendere il territorio genovese.
Ciò portò a scontri militari tra le truppe piemontesi e genovesi da una parte e le forze savoiarde dall’altra, che si verificarono in varie località lungo il percorso dell’avanzata nemica. Nonostante inizialmente le forze savoiarde sembrassero avere il vantaggio, grazie all’inaspettato supporto di Della Torre, l’intervento tempestivo delle truppe piemontesi e genovesi, guidate da Alfieri, mise in difficoltà i Savoiardi. Alla fine, dopo scontri feroci e tattiche militari brillanti, le forze sabaudi furono costrette alla ritirata, mentre Alfieri e le sue truppe si ritirarono a Castelvecchio dopo aver inflitto una sconfitta decisiva al nemico.
A causa della sua posizione di confine tra il Ducato di Savoia e la Repubblica di Genova il 24 settembre 1672, truppe di soldati selezionati provenienti da Stella e Albisola saccheggiarono il borgo di Santa Giulia, infliggendo gravi danni alla comunità locale. Tra i beni della comunità, fu particolarmente colpito il locale palazzo carrettesco, che subì ingenti devastazioni durante l’incursione.
Il Regno di Sardegna

Nel 1735 con la pace di Vienna, dopo la guerra di successione spagnola, Dego entrò a far parte del Regno di Sardegna.
La suddivisione amministrativa del Regno di Sardegna era articolata su diversi livelli amministrativi la cui organizzazione e denominazione furono soggette a diverse modifiche nel corso del tempo.
Nella modifica organizzativa del 1750 Dego venne inserito nella provincia di Acqui che comprendeva: Nizza, Rivalta, Carpeneto, Rocca Grimalda, Molare, Ponzone, Cairo, Roccavignale, Monastero, Cossano, marchesato di Spigno, marchesati di Morsasco, Montaldo, Cremolino, Grognardo, Mombaruzzo, Montebone, Montechiaro, Malvicino, Denice.
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La povertà estrema nell’età moderna
Nel ‘500 e ‘600, per le strade si potevano incontrare folle di poveri e mendicanti che vivevano di elemosina; diventare poveri era facile, bastava un raccolto andato male, una malattia, una frattura che rendeva storpi oppure, per una donna, la morte del marito o del padre. Anche i dementi e i pazzi, spesso chiamati indemoniati, vivevano di elemosina. La Chiesa invitava a soccorrere gli indigenti, ma non indagava sulle cause del fenomeno, anzi riteneva che l’esistenza dei poveri fosse voluta da Dio per consentire ai ricchi di compiere il bene necessario a cancellare molti peccati.