Età Contemporanea – Napoleone

Le prime vittorie del futuro Imperatore

L’età Contemporanea va da 1789 (Rivoluzione francese) ai giorni nostri. Data l’importanza che riveste per il nostro paese e la ricchezza di informazioni quest’epoca è stata divisa in due separate pagine.

 

L’arrivo di Napoleone

Storia napoleone 1200 nap
Un Napoleone molto giovane all’inizio della sua carriera

Napoleone vinse le prime battaglie della sua sfolgorante carriera proprio in questi posti! A Dego combatté due distinte battaglie:

La prima fu combattuta il 21 settembre 1794 tra l’esercito dell’Impero austriaco e l’Armata d’Italia (esercito francese), guidata dal generale Dumerbion; il giovane ventisettenne Napoleone Bonaparte era comandante dell’artiglieria dell’armata francese.

Il combattimento si concluse con la vittoria francese grazie all’intervento della cavalleria, con la cosiddetta “carica dei dragoni”.

Due anni dopo, il 2 marzo del 1796, a Parigi il generale Napoleone Bonaparte fu nominato dal Direttorio comandante in capo dell’Armata d’Italia. Il 27 marzo ne assunse il comando effettivo a Nizza, in un clima non troppo sereno poiché molti pensavano che fosse troppo giovane e inesperto per sostenere un ruolo così gravoso. Il 9 marzo dello stesso anno Napoleone si sposò con Giuseppina Beauharnais.

La seconda battaglia di Dego fu combattuta circa un mese dopo il matrimonio (il 14 e il 15 aprile 1796) tra le truppe francesi dell’Armata d’Italia comandata da  Napoleone, inviato in Italia dal Direttorio per contrastare la politica antirivoluzionaria e antifrancese degli Asburgo, contro le truppe austriache e del Regno di Piemonte e Sardegna. Napoleone vinse la durissima e sanguinosa battaglia.

Iniziò proprio dai nostri posti la lunga carriera che portò Napoleone ad essere eletto Imperatore il 18 Maggio 1804.

 

Il prologo alla prima battaglia di Dego

Storia napoleone 1 1200
La rivoluzione Francese

Nel 1794, la Francia, dopo aver sperimentato tensioni interne e dopo l’esecuzione di Luigi XVI nel 1793, si trovò in guerra con numerose potenze europee che temevano l’espansione delle idee rivoluzionarie.

Gli eventi della Rivoluzione francese avevano innescato una serie di mutamenti nelle dinamiche politiche e militari in Europa. I Francesi cercavano di diffondere i principi rivoluzionari e di ottenere sostegno dalle popolazioni europee, scontente della monarchia. Inoltre, la strategica posizione geografica dell’Italia la rendeva una regione di grande interesse per la Francia.

Nel settembre del 1792 l’esercito francese, respingendo i Prussiani e invadendo la Savoia e il Nizzardo, scacciò i Piemontesi di Vittorio Amedeo III, che chiamò i suoi sudditi alle armi.

La Valle Bormida rispose ampiamente alla leva e le reclute furono incorporate nel reggimento provinciale di Acqui, che ebbe modo di distinguersi in battaglia. Le truppe piemontesi, concentrate in Cairo e Ormea, rimasero in attesa degli eventi.

Nella notte del 6 aprile 1794,il comandante francese Dumberbion inviò i generali Arena e Massena in territorio italiano, violando la neutralità della Repubblica di Genova. Le truppe francesi occuparono Ventimiglia e Oneglia e Massena, deviando con 8.000 soldati verso Nava, sconfisse gli austriaci e conquistò Ormea.

Vittorio Amedeo III, vedendo i suoi territori cadere nelle mani dei francesi, chiese aiuto agli austriaci, che inviarono 20.000 uomini.

Iniziò così per Dego un periodo burrascoso, ricco di fatti d’armi, che sconvolse la vita del borgo.

I rinforzi austriaci furono concentrati in Alessandria e Acqui e, visto il rallentamento dei francesi nella riviera di ponente, furono trasferiti nell’alta Valle Bormida e insediati nei comuni di Dego, Rocchetta Cairo, Cairo, Cosseria, Millesimo, Mallare ed Altare. La retroguardia austriaca ebbe il quartier generale in Dego, con artiglierie pesanti e i magazzini dell’esercito.

 

La prima battaglia

(21 settembre 1794)

Storia napoleone Massena 1200
Il generale Massena

Nelle zone occupate furono avviati lavori di fortificazione e attorno a Dego, considerato il caposaldo delle posizioni imperiali, l’esercito austriaco posizionò l’artiglieria pesante, i magazzini e i forni dove si preparava il pane per sfamare tutto l’esercito; qui si scavarono trincee e ridotti tra il monte di Santa Lucia e Vermenano e sui pendii che dominano il fiume Bormida, mentre in attesa dei rinforzi sabaudi in arrivo da Morozzo.

Le località più fortificate erano il monte S. Lucia e la collina che dominava il fiume Bormida (Supervia).

Contemporaneamente all’occupazione austriaca, i piemontesi si mossero verso Millesimo con l’intento di congiungersi agli alleati. Temendo un improvviso attacco austriaco su Savona, i francesi decisero di passare all’azione. Forti di un esercito di 15.000 uomini scacciarono gli austriaci dalle alture vicine ai borghi di Mallare, Carcare e Millesimo, inseguendoli fino a Cairo, dove arrivarono la sera del 20 settembre 1794.

Gli austriaci, temendo il peggio, approfittarono dell’oscurità notturna per ritirarsi nel campo trincerato di Dego e spostare l’artiglieria pesante verso Spigno. La mattina del 21 settembre, i generali imperiali posero le loro truppe in formazione di combattimento, dividendole in due parti lungo la linea dalle alture dal Colletto a Monte Brì e fra il colle di S. Lucia e le colline alla sinistra del fiume Bormida.

Durante la battaglia i francesi, guidati dal generalissimo Dumberbion con i generali Massena, Laharpe e il giovane generale d’artiglieria Bonaparte, si frazionarono in tre schiere. La prima assaltò gli austriaci sul Colletto, la seconda attaccò i difensori  al Gallaro e dalla destra del Bormida, mentre la terza cercò di raggiungere il fianco sinistro del Colletto.

Nonostante le difficoltà, solo la schiera di centro riuscì parzialmente a impegnare gli austriaci. La schiera di sinistra, pur ottenendo un successo iniziale, fu respinta oltre i Vigneroli dai rinforzi austriaci. La terza schiera ebbe meno fortuna, essendo subito ricacciata da un manipolo di austriaci nei ruderi del castello di Rocchetta.

I francesi lanciarono la cavalleria con tale veemenza che costrinsero alla ritirata il centro dello schieramento austriaco. Il combattimento si concluse al calar della sera, con un bilancio di 600 morti francesi e 700 austriaci. I francesi tornarono oltre il Colletto per evitare il fuoco dell’artiglieria austriaca.

Gli austriaci, nella notte del 22 settembre, temendo le piene autunnali della Bormida e la notizia (rivelatasi poi falsa) di un rafforzamento dell’esercito nemico grazie all’arrivo di una divisione partita da Savona, abbandonarono il campo trincerato di Dego e si ritirarono ad Acqui, lasciando i magazzini ottimamente riforniti nelle mani dei francesi. Questi ultimi entrarono in Dego e trasferirono in altri posti sicuri le mercanzie dei magazzini austriaci: farina, avena, pane e strame; ma saccheggiarono anche le case abbandonate dai Deghesi, consumando e disperdendo vino, vettovaglie, bestiame; incendiarono le abitazioni, guastarono i vigneti… Dopo tre giorni l’esercito francese si ritirò dal territorio di Dego per spostarsi nel Genovesato, verso Voltri, dove con pochi uomini rimasero per tutto l’inverno.

 

Tra le due battaglie di Dego

Intanto Napoleone, rientrato in Francia, fu nominato “capo supremo dell’esercito d’Italia” dal Direttorio. Notoriamente famoso per le sue azioni a Tolone e la repressione della sollevazione di Parigi nel 1795, dimostrò prontezza d’azione nel migliorare le condizioni delle truppe. Il 31 marzo 1796, con un proclama a Nizza, infuse nuovo entusiasmo nelle truppe dichiarando che le avrebbe condotte nelle pianure più fertili del mondo, promettendo onore, gloria e ricchezze. Il suo compito era isolare i Sardi dagli Austriaci e costringere il Piemonte all’alleanza con la Francia.

Napoleone, appena assunse il comando dell’Armata d’Italia (aveva 27 anni), cercò l’appoggio dei suoi comandanti di divisione: i generali Jean Sérurier, François Augereau e André Massena. In breve tempo ottenne la loro piena fiducia, stima e obbedienza. Studiò anche molto bene i territori Italiani perché conscio che poteva essere quello il suo prima campo di battaglia.

Con un grande carisma, Napoleone conquistò anche il sostegno totale delle truppe, addestrandole a una nuova forma di battaglia nota come “guerre à la Napoléon”. Questo nuovo approccio si basava sul movimento, la sorpresa e la rapidità degli attacchi, contrastando completamente i metodi più tradizionali dei piemontesi e degli austriaci che, tra l’altro, non erano molto affiatati essendo stati per moltissimi anni nemici.

 

La seconda battaglia di Dego

(14 e 15 aprile 1796)

Storia napoleone immagine 1200
La battaglia di Dego in una stampa del Bagetti

Passò così un altro inverno e nel 1796 l’esercito austro-piemontese, comandato dal generale Beaulieu (aveva 70 anni e non conosceva l’Italia), fu inviato a occupare il territorio tra Cairo e Sassello. I francesi però, sotto il comando del giovane generale Bonaparte, progettarono di separare gli eserciti piemontesi e austriaci, colpire i loro punti deboli e affrontarli in battaglia separatamente, sfruttando la tattica di movimento, sorpresa e rapidità. Beaulieu era convinto che i francesi volessero attaccare Genova, essendo già presenti con una piccola guarnigione a Voltri.

Posto il quartier generale ad Albenga, Napoleone valutò la complicata situazione dell’esercito francese, minacciato sia dal mare che dalla terra. Bloccato dalle truppe nemiche che occupavano le alture circostanti, individuò il Colle di Cadibona come luogo chiave. Questo avrebbe consentito alle sue truppe di muoversi con le artiglierie e attaccare il nemico nel punto di divisione tra Carcare e Cadibona.

Il 10 aprile gli austriaci il generale Argenteau e Roccavina attaccarono i pochi francesi presenti a Voltri, che ripiegarono verso Savona. Lo stesso giorno gli austro-piemontesi attaccano nei pressi di Montenotte e conquistarono la terza ridotta francese di Monte Negino. Ma la ridotta difesa dal colonnello francese Rampon, resistette con determinazione, infliggendo gravi perdite agli austriaci. Fu in questa occasione che il colonnello Rampon disse ai sui uomini la famosa frase: “Qui dobbiamo vincere o morire”.

Nella notte Napoleone inviò rinforzi, e al mattino del 12 aprile, i generali francesi Laharpe, Augereau e Massena riattaccarono gli austriaci da diverse direzioni.

Sorpresi e attaccati su tutti i fronti, gli austriaci (che si aspettavano un attacco su Genova dove avevano inviato gran parte delle truppe) subirono una rovinosa sconfitta e furono costretti a ritirarsi verso Dego. Napoleone, dopo aver diretto le azioni dal colle della “Casa Bianca” sopra Altare, entrò a Carcare la sera del 12 aprile, preparando i piani per le successive azioni.

A questo punto Napoleone aveva due opzioni: inseguire gli austriaci verso nord o attaccare i piemontesi. Decise di inviare le truppe con il generale Massena verso Dego e attaccare prima i piemontesi.

Nella notte tra il 13 e il 14 aprile i francesi entrarono a Millesimo, costringendo i piemontesi a ritirarsi a Cosseria. I granatieri piemontesi, guidati dal colonnello Filippo Del Carretto di Camerana, si rifugiarono ne Castello di Cosseria, già ridotto a rudere. Nonostante fossero senza artiglieria e numericamente inferiori ai francesi, decisero di resistere agli assalti. Il castello fu alla fine conquistato dai francesi il 14 dopo ripetuti assalti. Dopo la resa, i piemontesi ottennero l’onore delle armi.

La presenza di truppe nemiche stanziate a Dego preoccupava Napoleone per un possibile attacco su Carcare. Di conseguenza ordinò al generale Augereau di lasciare solo una brigata al Castello di Cosseria e di muoversi con Laharpe verso Dego.

Nel frattempo, Massena, costretto all’attesa con la divisione Meynier, presidiò Dego per prevenire eventuali contrattacchi imperiali. Un contingente avanzò lungo il Bormida per attirare l’attenzione nemica, sparò anche a salve con due cannoni che aveva posizionato sul Bric S. Lucia. Questo espediente provocò la reazione degli austro-piemontesi, che risposero al fuoco con tutta l’artiglieria, le posizioni furono così rilevate dagli osservatori francesi (erano posizionati ai Magliani).

Nella mattinata del 12 aprile, quando divenne evidente che Bonaparte non aveva intenzione di conquistare Genova, Beaulieu ordinò a due divisioni di ritornare rapidamente nel territorio piemontese per stabilirsi tra Acqui ed Alessandria, al fine di fermare un eventuale avanzamento dei francesi verso la Lombardia. Inoltre, decise di far rientrare a Sassello tre battaglioni che erano a Voltri affidati al comando di Vukassovic. Vukassovic raggiunse Sassello nel pomeriggio del 13 aprile e decise di fermarsi per consentire ai suoi soldati, esausti dopo la marcia sul monte Beigua, di riposarsi.

Il 13 aprile, nonostante le ferite riportate in battaglia, il generale Rukavina intraprese un viaggio dalla base di Dego, dove era stato medicato, verso Acqui per ricevere cure migliori. Lungo il percorso fece tappa a Pareto, dove si trovava il generale austriaco D’Argenteau. Qui, Rukavina informò D’Argenteau sulla situazione sul campo di battaglia e consigliò l’invio con urgenza di truppe in supporto al caposaldo. D’Argenteau, impegnato fino a tarda sera del 13 aprile nel tentativo di riunire e riorganizzare le truppe per il trasferimento il giorno successivo, rientrò a notte fonda al suo quartier generale a Pareto. Qui, dettò una lettera per i battaglioni schierati a Sassello, ordinando loro di dirigere verso Pontinvrea e Dego il giorno successivo.

Tuttavia, un dettaglio passò inosservato: essendo oltre l’una dopo mezzanotte, lo scrivano, troppo zelante, datò il documento come se fosse il 14 aprile 1796. Alle 6 del mattino del 14 aprile, Vukassovic ricevette la lettera di D’Argenteau che richiedeva il suo intervento verso Pontinvrea e Dego per l’indomani mattina. Il colonnello croato interpretò però la data dell’azione per il giorno successivo, il 15 aprile, seguendo la logica che il testo suggeriva.

Intanto il giorno 14 dopo mezzogiorno i francesi attaccarono Dego seguendo il piano elaborato da Massena il giorno precedente. Una grande unità sulla destra del Bormida si divise in tre colonne di marcia: la prima, comandata dall’aiutante generale La Salcette, ripercorse il percorso del giorno precedente dirigendosi verso il villaggio dei Girini e da lì andò a Bric Sodan per minacciare il fianco sinistro e le spalle del nemico.

La seconda colonna, sempre alla destra del Bormida, comandata dallo stesso Massena, attraversò il Rio Grillero, risalì i pendii dell’altopiano, circondò e isolò gli avamposti nemici di Costa e del Castello, quindi attaccò frontalmente la ridotta dei Magliani e il fianco sinistro delle difese. La terza colonna guidata da Monnier si fermò sul Monte Santa Lucia.

La seconda grande unità, al comando di La Harpe, si mosse anch’essa su tre colonne contro il fianco destro austro-piemontese, passò Supervia e raggiunse rapidamente la linea difensiva dietro la frazione Piano tra Bric Casan e Bric Rosso.

Storia napoleone 11 1200
Uno schema che rappresenta i passaggi delle varie truppe

Gli austro-piemontesi con il colonnello Avogadro avevano stabilito tre avamposti: due compagnie si trovavano presso la borgata de La Costa; una compagnia era posizionata nel borgo del Castello; l’altra compagnia all’estrema sinistra, nella valle dei Lovi. Le restanti truppe erano schierate sul perimetro del dispositivo principale: un reggimento tra Magliani e Bric Rosso; un battaglione ai Magliani; due compagnie a Bric Rosso; due battaglioni al Groppo, Poggio e Sella.

Attaccati frontalmente e minacciati alle spalle, gli austro-piemontesi si dispersero rapidamente. Alcuni cercarono di fuggire verso la Bormida, ma furono decimati dalla cavalleria francese; la maggior parte si disperse in disordine nella valle delle Cassinelle (tra la frazione Magliani e la frazione Berri) , rimanendo intrappolata nella “sacca” preparata dai francesi. Solo pochi valorosi riuscirono a sfuggire verso nord combattendo.

D’Argenteau (che era partito da Pareto seguendo la via di Langa, giunse in vista di Bric Sodan alle tre del pomeriggio, in tempo per assistere alla precipitosa ritirata delle truppe sul fronte.

Alle cinque della sera Massena, con una forza tripla rispetto al nemico, prese il controllo di Dego catturando oltre duemila prigionieri e un notevole parco d’artiglieria.

Bonaparte ordinò che le truppe di Laharpe si riorganizzassero a Cairo, dove trascorsero la notte, mentre Massena, con la divisione Meynier, avrebbe presidiato Dego per prevenire eventuali contrattacchi imperiali. Queste truppe avevano combattuto e marciato quasi senza sosta nelle ultime 96 ore e la sera del 14 aprile erano esauste. Le linee di rifornimento viveri erano rimaste distanti, a Savona, e la vigilanza dei comandanti venne a mancare: Massena, al calare della sera, partì senza lasciare un indirizzo dove poterlo rintracciare (un pettegolezzo, tramandato a voce e raccolto da alcuni autori, lo dice ospite per la notte dalla padrona di una ricca cascina cairese). Nel frattempo, il secondo in comando Meynier, afflitto dai reumatismi, cercò un buon letto per riposare. In questa situazione, molti reparti videro centinaia di soldati abbandonare la consegna e impegnarsi in uno sfrenato saccheggio delle povere case di Dego. Questo comportamento, testimoniato dalla cronaca, fu un atto di oltraggio verso la popolazione deghese e contribuì a generare in questa odio contro i cosiddetti “liberatori”.

All’alba del 15 aprile, dopo una notte di pioggia, solo poche compagnie di granatieri (truppe scelte) erano ancora pronte per combattere. La maggior parte dei soldati francesi si era dispersa tra le varie borgate, addormentandosi ubriachi per il vino rubato la sera precedente. I cannoni, preda bellica che Massena aveva ordinato di portare a valle presso l’oratorio della Confraternita (la chiesa di S.Giovanni vicino al ponte sul Bormida), erano stati attaccati agli avantreni e accumulati sulla strada in attesa di animali da traino.

Intanto il 14 aprile intorno al mezzogiorno Vukassovic, alla testa di circa 4000 uomini, procedette con molta calma lungo la mulattiera dei Piani d’Erro. Il percorso seguiva il corso del torrente omonimo, tra il guado dell’attuale Lago dei Gulli e Pian Bottello, nei pressi di Pontinvrea. Arrivati sulla dorsale che separa la valle dell’Erro da quella del Valla, si nascosero nei boschi del Bric Schiena d’Asino, dove decisero di attendere l’alba del 15 aprile.

Durante la notte, venuto a conoscenza della situazione a Dego, Vukassovic però decise di agire immediatamente. Divise le sue truppe in due colonne: una, guidata da Leczeny, passò verso Mioglia dove, rastrellando soldati francesi sbandati lungo il cammino, raggiunse la posizione d’attacco di Dego; l’altra colonna scese su Giusvalla dove catturò numerosi nemici ubriachi all’interno della chiesa di San Matteo e quindi risalì anch’essa a Dego.

Alle 7 del mattino del 15 aprile Vukassovic lanciò l’attacco su Dego con un impeto tale che in sole tre ore riuscì a riconquistare il paese.

Molti soldati francesi furono sorpresi nel sonno e subirono il massacro, mentre altri cercarono disperatamente di fuggire lungo i pendii che avevano scalato il giorno precedente. L’aiutante generale La Salcette, trovandosi asserragliato nel castello, riuscì fortunosamente a sfuggire alla cattura. Tuttavia, la disfatta dei francesi fu contenuta nella piana di Rocchetta dai battaglioni di Laharpe, che giunsero da Cairo in loro soccorso. Nonostante il contrattacco austriaco fosse stato arrestato, l’esercito francese subì gravi perdite.

Storia Napoleon causse 1200
Morte del generale Causse a Dego – Francois Henri Mulard 

Il contrattacco austriaco iniziò dopo mezzogiorno e si sviluppò su entrambi i fianchi del dispositivo difensivo francese. Le truppe della divisione Laharpe, spostatesi sulla sinistra della Bormida, raggiunsero Pra Marenco (la piana dietro a Supervia verso il Piano) e, divise in tre colonne, attaccarono la linea ridotta che andava da Magliani a Bric Rosso, attraversando la borgata del Piano. La ferma resistenza degli austro-piemontesi fu straordinaria: non solo respinsero gli assalti francesi (durante i combattimenti cadde colpito a morte il generale Causse), ma 500 fanti al comando di Leczeny contrattaccarono con la baionetta i francesi tra le case del Piano, costringendoli a ritirarsi.

Anche sul fianco destro, le truppe di Massena non riuscirono a ottenere vantaggi significativi: sebbene riuscissero a riprendere il Castello e Costa, furono bloccate dal fuoco dei difensori a soli 200 passi dalla ridotta Magliani. Inoltre, il tentativo di aggiramento a Bric Sodan si rivelò infruttuoso, poiché Vukassovic aveva disposto un forte presidio in quella posizione.

Alle 4 del pomeriggio le truppe francesi scesero da Costalupara nella valletta del Rio Grillero, risalendola con l’intento di aggirare le due ridotte di Poggio e Sella e di tagliare la linea difensiva principale esattamente tra Magliani e il Groppo. Vukassovic, avvedutosi immediatamente che il delicato equilibrio del suo dispositivo difensivo stava per crollare, ordinò la ritirata. Quest’ultima fu eseguita lungo la via di fuga verso nord in modo ordinato e a scaglioni, consentendo a quasi tutti i reparti austriaci di guadagnare la via di Langa verso Pareto.

Secondo le cronache dell’epoca, Vukassovic riuscì persino a portare con sé alcune centinaia di prigionieri e una batteria di cannoni, dimostrando la sua abilità tattica anche nella gestione della ritirata strategica.

Se l’esito dei due giorni di battaglia a Dego fosse stato diverso, le sorti dell’Europa avrebbero potuto essere state diverse e la storia degli ultimi duecento anni avrebbe potuto essere stata scritta in altro modo.

Dopo la battaglia di Dego, Napoleone Bonaparte aveva raggiunto il suo obiettivo strategico: isolare l’esercito piemontese e inseguire l’esercito austriaco. I combattimenti successivi si estesero oltre la val Bormida, coinvolgendo località come Pedaggera di Ceva, Montezemolo e Mondovì. Questi scontri culminarono nell’armistizio di Cherasco il 28 aprile 1796, che rappresentò il primo passo significativo verso la conquista dell’Italia settentrionale da parte delle forze francesi.

 

 

APPROFONDIMENTO:

Risorse su internet:

Napoleone Bonaparte battaglia di Montenotte, Cosseria e Dego 1796 – Campi di battaglia della prima Campagna d’Italia di Bonaparte visti dall’alto.

Audio-racconto di Sergio Valzania  – Per capire meglio il prologo della battaglia di Dego.

Life of Napoleon (Episode 5)– 1796 Italian Campaign: Over the Alps. Vedi Dego anche dal minuto 26.

Napoleon in Italy – Video di Epic history tv. Molto ben spiegato e con sottotitoli in Italiano

Napoleon in Italy ALL PARTS – Video di Epic history tv. Molto approfondito e con sottotitoli in italiano da subito sino al minuto 14

Napoleon’s First Italian Campaign, 1796: Montenotte, Dego, Mondovi – Video di History omette. Molto dettagliato e tecnico

Bonaparte in Italy #1 e #2 . Start of the 1796 campaign & The Defeat of Piedmont 1796 – Video di Battle N. In Inglese

 

APPROFONDIMENTO

Il ritardo di Wukassovic

Il mattino del 15 aprile 1796 la colonna austriaca guidata da Wukassovitch, intervenne erroneamente con 24 ore di ritardo, sorprendendo i francesi e riconquistando Dego.

Ciò accadde poiché lo scribano di D’Argenteau, al momento di redigere la lettera per Vukassovic, erroneamente datò il documento come se fosse il 14 aprile 1796, quando in realtà si intendeva fosse datato il 13 aprile.

 

APPROFONDIMENTO

Il materasso di Napoleone

La leggenda racconta che durante la seconda battaglia Napoleone arrivò al castello di Dego. Si trovò a tarda ora sulle alture di Dego, così che decise di tornare su un grosso masso notato durante il tragitto sul quale posizionò un mucchio di paglia e passò la notte.

Si tratta quasi certamente di una leggenda fantasiosa perché Napoleone dormiva sempre pochissimo (circa 4 ore per notte!) ed è molto improbabile che durante una battaglia (proprio in quei luoghi ci furono i combattimenti) gli sia venuta una crisi di sonno. Napoleone aveva base a Carcare e i generali (così come i soldati che avevano apposite tende) raramente dormivano all’addiaccio.

Tra l’altro, diventato famoso, Bonaparte si fece costruire una tenda da campo personale dove si ritirava la sera durante le guerre: tessuti pregiati e riccamente decorati dividevano lo spazio interno in due ambienti, lo studio con lo scrittoio e la poltrona, e il letto con tre materassi e un baldacchino verde per creare il buio.

 

APPROFONDIMENTO

La seconda battaglia di Dego: 2438 morti tra i Francesi e 4757 tra gli Austriaci

Storia napoleone divise austriaci
Divise del battaglione austriaco

Nel settembre del 1794 persero la vita a Dego 600 soldati francesi e 700 austriaci, evidenziando la feroce intensità degli scontri. Per questo da noi si tramanda il detto “ha nevicato a settembre”, un’immagine potente che evoca la crudele realtà di quell’episodio bellico. Si narra infatti che i caduti austriaci, vestiti con divise bianche, ricoprivano il terreno sul colle oltrebormida, lasciando un’impressione di uno scenario innevato. Questa suggestiva affermazione, benché probabilmente frutto della fantasia e della suggestione emotiva, simboleggia la brutalità e l’eccezionale violenza di quella battaglia.

Tuttavia, furono gli eventi del 14 e 15 aprile 1796 a definire un capitolo ancor più tragico e sanguinoso. Durante quei due giorni di battaglia, le perdite raggiunsero un’escalation drammatica: 2438 soldati francesi e 4757 austriaci caddero sul campo. Questo scontro ebbe esiti devastanti, segnando la sconfitta austriaca e costringendoli a ritirarsi. Per evitare il proliferarsi di malattie furono sotterrati in fosse comuni.

 

 

 

 

 

Dopo Napoleone

Dopo la partenza di Napoleone, i territori conquistati furono presidiati da truppe francesi che commisero notevoli atrocità per controllare le popolazioni sottomesse.

A seguito della sconfitta, gli austriaci furono costretti a ritirarsi verso la Lombardia. Nonostante il desiderio del Direttorio di inseguirli, Napoleone Bonaparte decise di concentrarsi su ciò che restava dell’esercito sabaudo. Questa scelta impedì agli austriaci di sfruttare una seconda opportunità di sconfiggere i francesi, dopo la battaglia di Montenotte.

Il generale D’Argenteau, maggiormente responsabile della disfatta, fu deferito al giudizio del Consiglio Aulico di Guerra e perse il suo incarico di governatore di Brno, dove morì nel 1819. Vukassovich, per la sua azione a Dego, ottenne la promozione a generale brigadiere e continuò a combattere contro i francesi fino al 1809, quando morì nella battaglia di Wagram, all’età di 54 anni, con il grado di generale di divisione.

Dego dal 28 aprile 1798 con i nuovi ordinamenti francesi, Dego fu inserito nel territorio della Repubblica Democratica Ligure, nel X Cantone, con capoluogo Sassello, della Giurisdizione di Colombo, e dal 1803 fu capoluogo del I Cantone di Savona nella Giurisdizione di Colombo.  

A Dego, alcuni cittadini oppositori della rivoluzione furono arrestati e giustiziati. Nel 1799, le condizioni dei francesi peggiorarono, e il Direttorio inviò più di 10.000 truppe in Italia, con il comandante in capo Jubert che impose pesanti tasse.

Nell’agosto 1799, l’esercito francese fu sconfitto nella battaglia di Novi, costringendolo a ritirarsi in disordine verso la riviera. Durante la ritirata i soldati francesi transitarono per le nostre terre. In ottobre, Napoleone tornò dall’Egitto, prese il potere con il colpo di stato del 18 brumaio, attraversò le Alpi e a Marengo, nel giugno 1800, ottenne una vittoria significativa, ristabilendo il dominio francese sull’Italia Settentrionale.

Il transito delle truppe durante questo periodo causò molti danni a Dego. Dopo la vittoria di Marengo, con la pace tornò una certa stabilità economica. Nel 1805, Napoleone, diventato imperatore dei francesi e re d’Italia, annesse le nostre zone all’Impero francese e suddivise anche le terre occupate in dipartimenti; Dego faceva parte del Dipartimento di Montenotte, con Savona come capoluogo. Vennero aggregati a questo dipartimento i circondari di Ceva, della Stura, di Acqui, e del soppresso Dipartimento del Tanaro.

Divenuti cittadini francesi e sudditi dell’Imperatore, i liguri e i piemontesi dei nuovi dipartimenti si trovarono soggetti alla leva militare, secondo il sistema di reclutamento che era stato introdotto in Francia nel 1798 con la legge Jourdan del 19 fruttidoro VI ed applicato ai maschi celibi che avevano raggiunto l’età di 20 anni. Negli anni compresi tra il 1805 e il 1814 gli uomini del Dipartimento di Montenotte coinvolti furono oltre 12.000.

Nel 1815, con la Restaurazione, Dego fu inglobato nel Regno di Sardegna nella provincia di Acqui, così come stabilì il Congresso di Vienna del 1814, e successivamente nel Regno d’Italia, dal 1861.

Dal 1859 al 1927 il territorio deghese fu compreso nel VII mandamento omonimo del Circondario di Savona, facente parte della provincia di Genova.

 

APPROFONDIMENTO

I tumulti antifrancesi

L’obiettivo di questo approfondimento è esplorare la dinamica dei rapporti tra la popolazione locale e le truppe francesi, concentrandoci in particolare sugli atti di resistenza o ribellione, che i francesi definiranno come “insorgenza”. Al centro di questi eventi troviamo i contadini da una parte e le truppe di occupazione dall’altra. L’area geografica oggetto di indagine è rigorosamente circoscritta alla Val Bormida.

La situazione divenne presto insostenibile e si manifestarono atti di ribellione, inizialmente sporadici e disorganizzati nei primi anni, ma più frequenti nel 1799. Per quanto riguarda la Val Bormida, le informazioni su questi eventi sono scarse, poiché si sono verificati in periodi in cui prevalsero i plotoni di esecuzione più che i tribunali e i registri. La frammentarietà delle informazioni disponibili non consente di determinare se si trattasse di resistenza organizzata o di episodi non derivanti da un piano concordato di lotta. Siamo costretti a registrare i pochi dati frammentari che emergono quasi incidentalmente da varie fonti, comprese fonti francesi.

Infatti anche le fonti francesi confermano l’escalation della lotta. Il generale Laharpe, il giorno dopo la battaglia di Dego nell’aprile del ’96, condanna gli eccessi commessi dai suoi soldati, sottolineando: “Il soldato ora può arrogarsi le ruberie e uccisioni (…); assassinano i soldati i paesani e i paesani i soldati”

Nel racconto del parroco deghese don Damiani, emergono gli avvenimenti sconcertanti del 1793 quando i contrari alla Rivoluzione francese distrussero l’albero della libertà a Dego.

Gli “Alberi della Libertà” erano simboli iconici associati alle vittorie e all’ascesa dell’era napoleonica. Questi alberi, spesso alberi di quercia o pini, venivano piantati come gesto simbolico per celebrare i principi della Rivoluzione francese e la diffusione dei valori della libertà, uguaglianza e fratellanza in seguito alle conquiste di Napoleone Bonaparte.

La cerimonia di piantare l’Albero della Libertà era spesso accompagnata da discorsi, celebrazioni, canti patriottici e altre manifestazioni pubbliche di gioia e unità nazionale. Gli alberi venivano spesso adornati con nastri tricolori rappresentanti i colori della bandiera francese: blu, bianco e rosso.

 

Dal “Registro dei Battesimi”, le note di D. Damiani ».

« In gennaio si piantò l’albero della libertà a tre colori (…) e si cantò pure una canzone patriottica composta da me scrittore e quindi il Te Deum in parrocchia con la benedizione.

Come si può osservare, inizialmente il clero non manifestava un’ostilità aprioristica nei confronti dei francesi; allo stesso modo tra i contadini i sentimenti antifrancesi non erano diffusi. La situazione subì una lenta evoluzione, soprattutto a causa dei saccheggi e delle violenze perpetrate dalle truppe. Verso il 1799-1800 si registrarono autentici episodi di resistenza antifrancese.

Ma circa la metà di quaresima il tutto restò sconvolto e perturbato. Cominciò la rivolta in Strevi che ebbe per protesta l’unione del Piemonte colla Francia giacché alcuni giorni prima si portarono per le provincie alcuni commissari a raccogliere i voti delle municipalità i quali furono per la massima parte favorevoli a tale unione.

L’ unione fu votata in questa zona tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio del 1799.

Alcuni rivoltosi ebbero per pretesto anche la religione, benché il vescovo e tutti i buoni parrochi gli assicurassero che non era questa in alcuna cosa intaccata e che secondo le leggi di Francia e dei veri principi di libertà mai verrebbe nella sua sostanza intaccata. Tale fuoco si estese fino in Dego e quindi da alcuni furiosi ed ubbriachi alla sera del 28 di febbraio furono atterrati e bruciati i detti due alberi (della libertà). La municipalità restò stordita in vista massime che comnciarono ad armarsi i malcontenti e che ad essi si unirono molti di Brovida e molti altri di questo luogo  costretti per lo più con minacce di morte e fuoco dai primi. Vedendosi essi la timidità della’ Comune (…) andarono ad atterrare il detto albero in Piana, Cagna, Lodisio e Rocchetta presso Cairo. Frattanto giunsero i francesi coi patrioti piemontesi in Acqui con due cannoni. Strevi fu incendiato ed Acqui a pena poté scansare il saccheggio

 È abbastanza evidente l’intenzione di don Damiani di minimizzare ogni significato politico dell’evento, forse per attenuare le gravi conseguenze per gli autori (considerando che don Damiani scriveva durante il dominio francese). Tuttavia, la chiara connotazione politica antifrancese di tali atti, nella quale non era estraneo l’influsso dell’ancien régime, sembra emergere dalla frequenza con cui si verificavano. Per patrioti si intendevano i piemontesi che sostenevano i francesi contro i contadini ribelli.

 Dalla città di Acqui cinquanta e più francesi si portarono in Dego con molti patrioti di Spigno e di altri paesi vicini; addì 6 marzo giunsero ancora 100 svizzeri (?) con molti altri patrioti di Cortemilia, dalla parte di Brovida. Appena giunti i francesi coi spignesi attaccarono i rivoltosi in Vermerano e ne uccisero tre: gli altri fuggirono ascendendo il monte di S. Lucia per la parte dei boschi dove furono inseguiti buon tratto di strada. Dopo tre giorni i  francesi e tutti i patrioti si ritirarono ma seguirono molti arresti .

Questa situazione dimostra che ci furono effettivi scontri tra i ribelli e i francesi, con il supporto dei “patrioti” italiani. Nello scontro tra italiani, purtroppo, tre connazionali persero la vita. Successivamente si susseguiranno arresti, rappresaglie e le consuete vendette reciproche. Tra i ferventi ribelli spiccava la figura di Francesco Diverio, considerato il vero capo degli insorti, secondo documenti dell’epoca.

Con una determinazione senza pari, organizzò le rivolte in tutta l’area e si pose sempre in prima linea nel combattere per la sua patria. Il suo impegno era rivolto a difendere il proprio paese e a tentare di ripristinare la situazione precedente all’arrivo dei francesi.

Il sentimento generale di odio della popolazione nei confronti dei francesi era evidente. Oltre ai saccheggi durante il periodo bellico, va ricordato che nel 1798 il re sabaudo, Carlo Emanuele, abdicò consegnando il governo al comandante francese: ciò portò all’annessione alla Francia, all’istituzione di nuove amministrazioni comunali e all’innalzamento degli alberi della libertà, insieme all’adozione del calendario francese. Successivamente, nel 1799, tutte le località furono tassate dalle truppe francesi in modo draconiano: quantità precise di vino, quintali di farina, sacchi di mais, fieno, libbre di pane, libbre di castagne, legna, tutto doveva essere fornito tempestivamente, altrimenti si rischiava il saccheggio. Questo era precisato dai francesi, che sottolineavano la loro impossibilità di controllare una divisione affamata.

In una notte furono arrestate cinque persone in Dego ed uccisa un’altra in Brovida. La prima festa di Pasqua ne furono arrestati altri tre anche a Dego e molti altri vivono lontani dalle loro case temendo pur divenire arrestati perché ebbero parte nei suaccennati disordini benché la maggior parte piuttosto per timore che per malizia.

 Il bilancio complessivo per Dego e le zone circostanti è di 4 morti e 8 arresti, oltre a molti costretti a latitare; ciò suggerisce che si trattasse di un episodio di ribellione antifrancese piuttosto consistente.

Soprattutto verso il 1799-1800 si registrarono diffusi atti antifrancesi in Val Bormida come in Piemonte. Tali azioni di resistenza, spesso etichettate dai francesi come brigantaggio, evidenziano la difficoltà nel tracciare confini netti tra il ruolo del resistente e quello del brigante.

Il buon parroco deghese, don Damiani, sembra incline a giustificare gli eventi accaduti, considerando che scriveva durante la dominazione francese e che era amico del Prefetto del Dipartimento di Montenotte, il conte Chabrol. È quindi evidente che cercasse di scagionare i suoi parrocchiani dall’accusa di attività antifrancesi. Lo stesso tentativo di persuasione fu compiuto nei confronti degli abitanti di Dego, cercando di dissuaderli dal prendere le armi contro i francesi. Nel registrare le uccisioni di uomini e donne per mano dei francesi, sembra cercare di spiegare il contesto:

E questi infortuni (!) sono accaduti perché vari abitanti di questo luogo e di altri luoghi vicini presero le armi per impedire ad essi (i francesi) il viaggio di ritorno da Alessandria a Savona. Purtroppo io li avevo sconsigliati di non fare tali cose e piuttosto mandassero me a Spigno per placarli. Ma questi imprudentemente hanno respinto il mio parere preferendo impugnare le armi ( … ). Lascio quindi questa memoria ai posteri: così che se qualcuno la leggerà possa subito dissuadere gli abitanti dei luoghi dall’intraprendere azioni contro i soldati: poiché la guerra si deve fare da questi e non dai contadini, i quali se volessero fare diversamente finirebbero per soffrirne gravi conseguenze.

Con queste parole si conclude l’ultima cronaca in nostro possesso riguardante gli anni dell’invasione e della conquista napoleonica. Purtroppo, la storia di Francesco Diverio, leader della rivolta del 1799, non ebbe un finale felice.

Dopo aver contratto matrimonio il 25 marzo del 1800 con Domenica Astesiano di Rocchetta Cairo, nel mese di ottobre venne catturato dalle truppe francesi e condannato a morte. Questo avvenne mentre aveva da poco saputo da sua moglie che attendeva un figlio.

 

APPROFONDIMENTO

Quando il Papa dormì a Dego e si gustò una cioccolata

storia napoleone papa 1200 1
Ritratto di Papa Pio VII

Nel 1804, mentre Napoleone Bonaparte intraprendeva la strada per il proprio impero, iniziò una complessa trattativa con papa Pio VII per ottenere un’investitura formale come imperatore. L’accordo venne raggiunto e la cerimonia si svolse nella maestosa cattedrale di Notre-Dame a Parigi, segnando l’inizio di una serie di eventi che avrebbero messo alla prova la relazione tra il potere secolare e quello religioso.

Pio VII, inizialmente riluttante, accettò di celebrare la cerimonia e di prolungare la sua visita a Parigi. Tuttavia le speranze del pontefice di ottenere concessioni significative da parte di Napoleone furono deluse. Nonostante le acclamazioni entusiastiche del popolo francese verso Pio VII, che indicavano una rinascita della fede in Francia, presto le tensioni emersero.

Napoleone, sempre più scontroso con il Pontefice, iniziò a non rispettare il concordato del 1801. La situazione precipitò quando l’imperatore annullò il matrimonio del fratello Girolamo, ignorando le leggi ecclesiastiche e provocando l’indignazione di Pio VII.

La pressione su Roma aumentò rapidamente, portando all’occupazione di Roma da parte del generale Miollis nel 1808 e all’annessione di alcune province al Regno d’Italia. Con la rottura delle relazioni diplomatiche, Napoleone emise un decreto, nel 1809, annettendo tutti i territori dello Stato Pontificio all’Impero francese.

La risposta di Pio VII fu decisa: comminò la scomunica contro gli invasori, provocando l’irritazione di Napoleone. Il generale Miollis prese il Papa prigioniero e iniziò un viaggio travagliato attraverso il Lazio e la Toscana, che si concluse con il confinamento di Pio VII a Savona nel 1809.

Nonostante le condizioni difficili, il Pontefice mantenne la sua posizione, rifiutandosi di convalidare le investiture dei vescovi nominati da Napoleone. Dopo pressioni e tentativi di estorcere il consenso del pontefice, Pio VII fu trasferito a Fontainebleau nel 1812, dove rimase per quasi due anni.

All’inizio del 1814 il Papa fu ricondotto a Savona e, il 17 marzo, venne liberato.

Il 19 marzo, dopo aver partecipato ala festa patronale di Savona, Pio VII intraprese il viaggio di ritorno verso la sua patria (Cesena) per poi recarsi a Roma.

Risalì il Cadibona in carrozza, sostò a Cairo per il pranzo e ripartì nel pomeriggio (piovoso). Ben preso si mise a nevicare e le condizioni climatiche gli consentirono quindi di arrivare solo fino a Dego, dove sostò, ospitato in Castello, come ricorda una preziosa memoria dell’arciprete deghese don Giovanni Damiani.

“Il 19 marzo 1814, circa alle 220, Sua Santità Pio VII arrivò in questa località, accompagnato dal signor Prefetto Brignole di Savona, dal signor Pallavicini Romano (viceprefetto della stessa città) e da un colonnello della Gendarmeria, il quale lo aveva scortato lungo il percorso con un contingente di cinquanta o più soldati.

A causa delle nevicate e delle pessime condizioni stradali, dopo una breve sosta a Cairo per un rapido ristoro presso il palazzo Marchionale, il viaggio verso Spigno dovette interrompersi e il Santo Padre fu costretto a trascorrere la notte a Dego.

Nel breve lasso di tempo disponibile per preparare la sua sistemazione, gli abitanti del Castello, insieme al signor Conte di Montaldo, concentrarono tutti i loro sforzi per accoglierlo. Il signor Mario Silvestro Sugliani, il signor Giuseppe Morena e il signor Bertone si adoperarono per esprimere l’ossequio e la venerazione richiesti dal suo alto grado.

La sua comitiva era composta da cinque carrozze, sebbene non avesse con sé molti familiari, contando solo su un prelato, il suo medico personale e alcuni pochi domestici indispensabili per i servizi più essenziali.

storia napoleone portantina papa
La portantina utilizzata per portare il Papa

L’arrivo del Santo Padre al Colletto fu salutato festosamente dalle campane, che suonarono ininterrottamente fino al suo arrivo al Castello. La gente si radunò sul ponte della Bormida, nella piazza di S. Giovanni insieme al clero e vicino alla pubblica locanda dei signori Morena. Nell’attesa, ebbe luogo lo sparo di mortaretti nella stretta di uscita verso Cairo, a Vermenano, disposti nell’aia del Rigaro, nella contrada della Bormida.

Il clero desiderava avanzare fino al ponte del Grillaro con il baldacchino per accoglierlo, ma un ufficiale suggerì loro di tornare indietro a causa della difficoltà del terreno. Pertanto, il Santo Padre fu accolto vicino alla Chiesa di S. Giovanni, dove si trovava una folla vestita in abito liturgico.

Qui, egli discese dalla carrozza e si pose su una sedia portatile sotto il baldacchino, accolto da ripetuti acclamazioni popolari: “Evviva il Papa, evviva il Santo Padre”.

Il baldacchino fu portato dai principali signori locali mentre la sedia da quattro preti e due robusti paesani, accompagnati dalla folla che, all’entrata del Santo Padre nella casa del signor Cazzuli, esclamò ripetutamente le suddette acclamazioni, manifestando un gioioso entusiasmo collettivo.

Successivamente, concesso un breve riposo, il Santo Padre ricevette il clero per il bacio del suo piede, mentre il reverendo Damiani ebbe l’opportunità di trattenersi con lui per oltre un quarto d’ora insieme al suo prelato. Papa Pio VII non volle che gli baciassero il piede, ma si concesse gentilmente stringendo la mano agli ossequi presentati, dimostrando una particolare benevolenza.

Non poté entrare in chiesa a causa dell’affollamento e dell’umidità al suolo. La Chiesa, adornata festivamente, non ebbe l’onore della sua presenza neanche il giorno seguente, poiché doveva partire all’alba. Tuttavia, la sera del suo arrivo, si allestì un altare nella sala del signor Cazzuli, dove all’alba il suo prelato celebrò la Santa Messa, assistito dall’arciprete Damiani, da Padre Giovanni e dal viceparroco Giovanni Anselmi, insieme ad altre trenta persone circa, tra le quali spiccavano le principali signore vestite con sobrietà ma eleganza.

Terminata la Messa, dopo essersi concesso una tazza di cioccolata, il Papa intrattenne una breve conversazione con il Conte di Montaldo, al quale manifestò particolari segni di benevolenza. Successivamente, permise nuovamente al clero e a tutti coloro presenti alla Messa di baciargli il piede, rivolgendo un sorriso al reverendo Damiani e offrendogli la mano in segno di cortesia.

Appena concluso il rituale del bacio dei piedi, un ufficiale chiese al Santo Padre se fosse pronto a partire e lui, senza indugi, si mise in cammino per lasciare la residenza del signor Cazzuli. Aiutato dal medesimo militare, scese le scale e fu di nuovo collocato sulla sedia portatile sotto il baldacchino. Tuttavia, poiché ciò ritardava la partenza, per disposizione del militare e del Santo Padre stesso, si dovette tornare in chiesa.

Qui, le acclamazioni si rinnovarono più volte mentre la sedia veniva portata dagli stessi protagonisti. Il reverendo Damiani accompagnò il Santo Padre fino alla casa del signor Bertone, ma per via dell’emozione e della fatica, dovette chiedere il permesso di congedarsi, non riuscendo a reggersi in piedi.

Le campane tornarono a suonare festosamente.”

 

APPROFONDIMENTO

Napoleone parla di Dego nel “Memoriale di Sant’Elena” (Cap. IV)

Storia Napoleone memoriale 1200

“Tuttavia una divisione di granatieri austriaci, che era stata diretta da Voltri a Sassello, arrivò alle tre del mattino a Dego. La posizione era occupata solo dalle avanguardie. Questi granatieri quindi rapirono facilmente il villaggio, e l’allarme fu grande al quartier generale francese, dove si faceva fatica a capire come i nemici potevano essere a Dego, quando avevamo avamposti sulla strada di Acqui. Dopo due ore di un combattimento molto caldo, Dego fu ripresa e la divisione nemica quasi interamente prigioniera.

Perdemmo il generale Bonel a Millésimo e il generale Causse a Dego. Questi due ufficiali erano il coraggio più brillante; provenivano entrambi dall’esercito dei Pirenei Orientali ed era da notare che gli ufficiali che arrivavano da questo esercito mostravano un’impetuosità e un coraggio dei più distinti.

Fu nel villaggio di Dego che distinsi vari battaglieri che decisi di far crescere. In particolar modo fui impressionato da Lannes, un comandante di battaglione che feci colonnello ed in seguito maresciallo dell’impero, duca di Montebello, e dispiegò i più grandi talenti. Lo vedremo costantemente nel seguito prendere la maggior parte di tutti gli eventi militari.

Il generale francese diresse allora le sue operazioni su colli e sul re di Sardegna e si limitò a tenere in scacco gli austriaci. Laharpe fu posto in osservazione vicino a Dego, per garantire il nostro didietro e tenere in rispetto Beaulieu, che, molto indebolito, non si occupava che di radunare e riorganizzare i detriti del suo esercito. La divisione Laharpe, costretta a rimanere per diversi giorni in questa posizione, si trovò fortemente tormentata dalla mancanza di sostentamento, vista la mancanza di trasporti e l’esaurimento del paese in cui avevano soggiornato tante truppe; ciò diede luogo a qualche disordine.”