Età contemporanea – Guerre Mondiali

Tra emigrazioni e conflitti mondiali

L’età Contemporanea va da 1789 (Rivoluzione francese) ai giorni nostri. Data l’importanza che riveste per il nostro paese quest’epoca è stata divisa in due separate pagine. Questa è la seconda parte.

 

L’Ottocento

Nel contesto del XIX secolo in Val Bormida e a Dego la vita era difficile a causa della carenza di risorse naturali e del declino delle piccole attività produttive. L’incremento demografico della prima parte del secolo aggravò lo stato di crisi: ebbe inizio il periodo dell’emigrazione. Anche molti Deghesi cercarono nel Nuovo Continente, novella terra promessa nei sogni del popolo, una speranza di miglioramento o un futuro meno amaro. Mete tradizionali del nostro esodo furono soprattutto l’Argentina e l’Uruguay, grazie anche all’effetto delle cosiddette “catene migratorie”; con questo termine si intendeva qualsiasi movimento generato da scambi di notizie e contatti personali che portavano familiari, parenti o amici a raggiungere un individuo già emigrato in precedenza e a usufruire del suo aiuto e della sua assistenza. A peggiorare la situazione scoppiò nel 1888 un’epidemia di colera e si verificò nel 1900 una disastrosa alluvione.

Nel primo quarto del 1800 il porto di Savona vide un notevole aumento dei traffici, sottolineando l’importanza di una via di comunicazione con il Piemonte. Nel 1856, una commissione fu costituita per studiare la costruzione di una ferrovia che collegasse il porto di Savona con Torino e di una bretella per il collegamento con Acqui Terme / Alessandria, passando per la Valle della Bormida di Spigno. La ferrovia, decretata nel 1859, suscitò molto interesse anche a Dego per la realizzazione della diramazione per Acqui e soprattutto del ponte sul fiume Bormida. Il progetto originario prevedeva la creazione di una stazione dotata di piano caricatore. Il disegno di legge fu votato nel luglio 1861 e promulgato nello stesso anno.

 

APPROFONDIMENTO

La costruzione della ferrovia e l’inaugurazione della stazione di Dego

Storia stazione
La stazione di Dego con il piano caricatore

Il 4 gennaio 1874, una domenica mattina invernale, dalla stazione di Savona partì il primo convoglio diretto ad Acqui. Anche se non era ancora aperto al pubblico, l’evento attirò grande interesse e la partenza coinvolse numerose autorità. Il treno speciale aveva a bordo il prefetto di Genova, i deputati di Savona e di Cairo, l’onorevole Castagnola, il sottoprefetto di Savona, i sindaci di Savona e di Acqui. Pure una schiera di ingegneri ferroviari e dirigenti delle linee ferrate era presente. La locomotiva Marco Polo trainava il convoglio sventolando la bandiera italiana.

Dopo la fermata di Cairo M. il convoglio ripartì alle 11 e 19, attraversò Rocchetta e alle 11 e 40 arrivò a Dego, dove una folla numerosa, guidata dal Sindaco definito dal cronista “un vecchietto simpatico”, accompagnò a piedi il convoglio lungo la linea ferroviaria. Durante il passaggio attraverso una galleria rivestita interamente di mattoni e un ponte a tre archi di 15 metri di luce, lungo 52 metri e alto 13, si apprese che altri cinque ponti simili sarebbero stati attraversati, differenziandosi solo per il tipo di costruzione.

Mentre il viaggio procedeva tra le colline, il cronista ritornò a citare le battaglie napoleoniche del 1794 e quella dell’aprile del 1796, in cui i francesi, con una forza di 30.000 uomini, piazzarono il loro campo a Dego per due giorni.

 

 

APPROFONDIMENTO

La Ferriera

Storia ferriera
La Ferriera in tempi già più recenti

Le origini della ferriera data 1820 quando il notaio Bernardino Toso di Dego ottenne dal Comune l’autorizzazione a costruire lungo il retano Pollovero .

Un verbale del Consiglio Comunale DEL 1820, atto 65, foglio nº 114, consentì l’autorizzazione per stabilire un Edifizio da ferro lungo il ritano Polovero. Cita detto atto: “Un tale stabilimento sarebbe vantaggioso a questi abitanti che addetti al negozio del carbone, avrebbero allora tutta la facilità di venderlo, e conservarlo in questo luogo con maggiore vantaggio e risparmio sulle condotte senza essere obbligati, come oggi si pratica, di portarlo a Savona, ed alle altre ferriere fuori del territorio in maggior distanza (di miglia cinque da questo e più). E siccome questo territorio abbonda di boscame da carbone, e che gli abitanti ne fanno di esso il più gran commercio, per essere uno dei più forti del territorio, così in detto caso si avrebbe la consumazione sul luogo del carbone, e si potrebbe da essi abitanti ricavare sempre un profitto più considerevole.”

Tutte le ferriere sono sempre state strettamente legate alla presenza di due fonti energetiche fondamentali fino alla rivoluzione industriale: il “carbone bianco”, l’energia derivante dall’acqua corrente o cascante, e il “carbone nero”, ossia il legname proveniente dai ricchi boschi e foreste della Val Bormida, allora accuratamente preservati per il loro valore vitale. Queste due fonti, una per la forza motrice e l’altra per il calore, consentivano la lavorazione del minerale di ferro, proveniente dall’isola d’Elba e trasportato fino alla ferriera tramite muli, giungendo a Finale o a Vado.

Il ciclo lavorativo nella ferriera iniziava verso i primi giorni di ottobre e perdurava fino a quando la quantità di acqua nei ruscelli, utilizzati come fonte energetica, risultava sufficiente, di solito fino alla fine di giugno.

La ferriera richiedeva un notevole investimento finanziario, che nell’Ottocento si aggirava fra le 25.000 e le 50.000 lire. Questa somma rappresentava una cifra considerevole, soprattutto se comparata ai due o tre lire al giorno guadagnati da un carbonaio nello stesso periodo. La gestione richiedeva una costante manutenzione e si basava su un modello costruttivo modulare, con un’organizzazione del lavoro simile in ogni unità produttiva.

La ferriera era composta da tre elementi tipici: innanzitutto, una deviazione del corso d’acqua chiamata “bialera”, un canale scavato nel terreno con tratti in muratura, che trasportava l’acqua dal torrente alla ferriera. Alla fine della bialera, si trovava un bacino di raccolta chiamato “bottazzo”, che forniva costanza di volume e velocità all’acqua e costituiva una riserva limitata per garantire una certa autonomia energetica. Da qui, un piccolo canale portava l’acqua alla grande ruota che azionava il “maglio”, utilizzato per la prima lavorazione del ferro, trasformando il minerale direttamente proveniente dalla miniera in masselli pronti per lavorazioni successive al Martinetto o per essere inviati a industrie di motori per navi a vapore. Oggi su quel che resta del bottazzo e della bialera della Ferriera è stata purtroppo deviata la strada che porta alla frazione Gaioli.

L’interno della ferriera era buio, scuro. A illuminare gli spazi c’erano i fuochi sempre accessi e i fasci di luce che, complice la polvere, fendevano l’aria in un contrasto esasperato e netto, proprio come i tagli delle lame che qua venivano forgiate.

Qui operavano dei “forgiatori”, ognuno con mansioni, responsabilità e compensi specifici. Di solito, venivano retribuiti a cottimo, con una paga basata sulla quantità di ferro prodotto, misurata in quintali. I carbonai, invece, svolgevano un ruolo di dipendenti, o meglio di produttori-fornitori “part-time”. Durante i mesi da giugno ad ottobre, si dedicavano alla produzione di carbone nei boschi, mentre negli altri mesi si occupavano dei lavori agricoli.

Le ferriere avevano un elevato consumo di carbone e, di conseguenza, di risorse boschive. Considerando che per produrre 1 quintale di ferro servivano quasi 5 quintali di carbone e che per ottenere 1 quintale di carbone erano necessari 5 quintali di legna (quindi oltre 24 quintali di legna per produrre 1 quintale di ferro), diventava chiaro il motivo della costante e scrupolosa attenzione dedicata alla tutela dei boschi, un impegno previsto anche negli statuti post-medioevali.

Il “Scaldatore” si occupava di caricare la forgia con circa 20 sacchi di carbone, mentre il “Pistone” preparava la vena, riducendola in piccole fregole, e il ferro agro, prima di pestarne circa cinque cantari di vena e uno di ferro agro. Successivamente, il materiale veniva collocato gradualmente sul fuoco ardente e attentamente monitorato. Il processo richiedeva di solito quattro ore di fuoco continuo, seguite dal trasferimento del metallo fuso sotto il maglio per la successiva lavorazione.

Il massello prodotto inizialmente pesava approssimativamente da un quintale e mezzo a due quintali. Per crearlo, erano necessari sei o sette quintali e mezzo di carbone di faggio e un processo di fuoco della durata di circa quattro ore. Dopo essere stato rimosso dal forno, il massello veniva purificato dalla loppa, poi martellato per ottenere una forma quadrata e diviso in due parti. Questi pezzi venivano riscaldati nuovamente nello stesso forno, più volte, per creare il “ferraccio” destinato ad essere lavorato sotto il martelletto. Questo tipo di ferro veniva poi trattato in un altro forno con carbone di castagno, noto per la sua dolcezza, e modellato attraverso il martelletto fino a ottenere le dimensioni e la forma desiderate.

Al fondo del forno, dopo aver rimosso il massello principale, rimaneva un altro pezzo di metallo che pesava tra i 30 e i 50 kg. Questo pezzo forniva un ferro di migliore qualità, che veniva lavorato separatamente nelle fucine per ottenere prodotti di alta qualità. Inoltre, venivano raccolti alcuni pezzi di ferro che si separavano sotto il martelletto. Questi pezzi, una volta uniti e battuti, davano vita a un metallo estremamente duttile e malleabile. Questo tipo di ferro veniva utilizzato per ferrare i cavalli, cerchiare le carrozze e rappresentava circa un ventesimo del totale del prodotto.

La vena, proveniente dall’isola d’Elba, aveva un costo di un franco per cantaro a bordo, più un franco per il trasporto fino a Finale e ulteriori 45 centesimi per diritti e bolle, oltre a un costo di un franco e 10 centesimi per il trasporto alle ferriere tramite mulattieri. La vena, di solito, garantiva un rendimento del 45%, ma se di qualità superiore, poteva arrivare al 50%.

La ferriera consumava principalmente carbone di faggio per la sua resistenza, mentre per il Martinetto veniva utilizzato il carbone di castagno per la sua morbidezza. Il prezzo del carbone di faggio era di 10 soldi per sacco, equivalente a circa 16 kg, mentre quello di castagno costava 9 soldi per un peso inferiore di 16 kg. La ferriera e il martinetto consumavano circa 30.000 sacchi nell’arco di 8 mesi.

Il ferro agro, miscelato con il minerale, aveva un prezzo di 9 lire per cantaro e veniva utilizzato in una sesta parte della miscela per ammorbidire e facilitare la fusione della vena. Il ferro prodotto in questa regione era considerato ottimo, per la sua dolcezza, facilità di lavorazione e alta richiesta da parte di acquirenti stranieri.

 

APPROFONDIMENTO

Il Martinetto

Storia Martinetto 1 1200
Il Martinetto

Più in basso sullo stesso torrente si trovava un altro sbarramento, il “muraglione” da dove partiva un’altra bialera, che trasportava l’acqua per mettere in movimento una seconda ruota di dimensioni minori. Quest’ultima, grazie a un ingegnoso sistema basato sull’albero a camme, un’invenzione di origini greche riscoperta nel Medioevo, dava vita al “Martinetto”. Questo imponente martello era utilizzato per la lavorazione dei grossi masselli provenienti dal maglio, trasformandoli in barre più piccole o prodotti finiti. Il luogo era molto suggestivo e visto dall’alto si aveva l’impressione di osservare una piccola isola circondata dal torrente ed immersa nel verde.

Il Martinetto, completo di abitazione, fu costruito intorno alla fine del 1700 da alcuni Deghesi che e intrapresero un’attività allora molto comune: quella di mastri ferrai.

Nel Martinetto, oltre a tre magli, erano presenti anche macine per il grano e le castagne, una sega in grado di tagliare tronchi fino ad un metro di diametro,  una mola (utilizzata per affilare), un tornio ed un trapano, tutto azionato dalla grande ruota. Il flusso dell’acqua attraverso le condutture generava anche un movimento d’aria, il quale veniva regolato attraverso un sistema complesso di tubi. Questo “soffio”, conosciuto come “ora Catalana”, era fondamentale per mantenere viva e calda la brace della forgia del fabbro, garantendo così il corretto funzionamento degli attrezzi. I Deghesi, a quei tempi quando il lavoro nei campi era diffuso, usavano il martinetto anche come bottega dove comprare attrezzi e utensili. Per il Martinetto veniva principalmente utilizzato il carbone di castagno per la sua morbidezza, il costo era  9 soldi per sacco che aveva un peso inferiore a 16 kg. Solo il gelo che ghiacciava l’acqua del torrente che riforniva il martinetto poteva bloccare il lavoro. Ma trascorso il periodo più freddo l’attività riprendeva più fervida di prima.

Dai primi del 1900 il mercato si spostò Genova e Savona, dove il ferro veniva trasferito a bordo di carri. Il lavoro era tanto da permettere l’impiego di viandanti e fabbri provenienti da Bergamo e Brescia, che prestavano la loro opera in cambio di vitto e alloggio». Il proprietario partì anche  da solo, armato di tanto spirito avventuriero, per un viaggio in Sud America dove riuscì addirittura a concludere un contratto di lavoro. Il flusso d’affari con l’Uruguay andò avanti fino agli ultimi anni che precedettero la Seconda guerra mondiale. Si trattava di un traffico importante. Ogni sei mesi quintali di attrezzi agricoli dovevano raggiungere le coste uruguagie». Il primo conflitto mondiale e le difficoltà del dopoguerra (1920) portarono la parola crisi anche nei locali del martinetto fino ad allora estremamente ricchi di vita e di movimento.

Quello che era stato un punto di riferimento per i contadini e la gente del posto nella realizzazione di attrezzi, al tempo della guerra di liberazione si trasformò nel rifugio di partigiani e soldati tedeschi che chiedevano la riparazione di fucili e armi.

 

APPROFONDIMENTO

Le carbonaie

Le carbonaie era una tecnica molto usata in passato per trasformare la legna in carbone vegetale. Questa tecnica consente di produrre, partendo dalla legna anche di scarso valore, un eccellente combustibile avente un buon potere calorifico. Nei nostri boschi ancor oggi non è raro imbattersi nelle aree un tempo adibite a carbonaie. La carbonizzazione della legna all’aperto avveniva già nel  1700 ed il carbone veniva inviato in riviera con l’uso dei muli. I segni distintivi di queste attività si riconoscono facilmente: spazi circolari, terreno spesso annerito e presenza di pietre o massi che delimitavano l’area della carbonaia, con un raggio di parecchi metri.

Ma come veniva fatto il carbone?

I carbonai tagliavano gli alberi, di solito durante la fase di luna calante. Le aie carbonili erano distribuite nei boschi a distanze regolari e collegate da sentieri fitti. Queste aree dovevano essere protette dalle correnti d’aria e avere un terreno sabbioso e permeabile. Molte di queste, date le caratteristiche del terreno, erano sorrette da muri a secco in pietra e venivano accuratamente pulite durante la preparazione del legname.

Per favorire la carbonizzazione, il legname più grande veniva spezzato. Quattro pali di legno alti 2-3 metri venivano piantati saldamente nel terreno per formare un camino centrale. Questi pali, collegati da due cerchi di rametti, davano il via alla cottura. I carbonai costruivano la carbonaia posizionando prima il legno più grosso (richiedeva una maggiore cottura), seguito da quello più sottile, lasciando il foro centrale libero per disporre le braci. La legna veniva compressa accuratamente per evitare interstizi d’aria che avrebbero compromesso la cottura. Questa fase richiedeva due giorni di lavoro, affinata nel tempo grazie all’esperienza e alla tradizione tramandata.

Una volta completata la disposizione, la carbonaia assumeva la forma conica tipica con un raggio di base di 2-3 metri. Seguivano altri due giorni per la copertura. Si sistemavano rami nella parte inferiore della carbonaia. La parte superiore veniva ricoperta con uno strato di foglie secche di 8-10 cm, che a sua volta veniva coperto da terriccio privo di sassi per isolare la legna dall’aria.

Durante la fase di cottura, erano necessari due tipi di pali: uno più sottile per aprire i fori di respiro e uno più spesso utilizzato per riempire la carbonaia. Dopo aver acceso un fuoco per preparare le braci, si poteva aprire la bocca della carbonaia, riempiendola con piccoli pezzi di legna e numerose braci per l’accensione. Ai piedi della carbonaia venivano aperti 4 fori di respiro, rimasti aperti per l’intero periodo di cottura, che durava generalmente 13 giorni. Dopo alcune ore dall’accensione, quando il fumo iniziava ad uscire copioso, si alimentava il fuoco con nuova legna, premuta bene con il palo più grosso.

A questo punto si chiudeva la bocca della carbonaia e il fumo doveva uscire dai fori nella parte inferiore. Per 4-5 giorni la carbonaia veniva alimentata in questo modo, giorno e notte, finché una fiammata consistente in cima segnalava l’inizio definitivo del processo di carbonizzazione. La cottura partiva dalla parte superiore della carbonaia, per questo i carbonai aprivano dei fori con il bastone sottile. Questi fori venivano poi chiusi e aperti gradualmente più in basso per spostare la zona di cottura.

Dopo una decina di giorni, la carbonaia cambiava aspetto: il terriccio di copertura diventava nero e le dimensioni si riducevano notevolmente; anche i fumi che uscivano dai fori cambiavano colore. Durante questa fase finale di cottura, l’alimentazione della carbonaia avveniva ai lati dove si creavano degli affossamenti e non più dalla bocca, oramai inutilizzata. Una carbonaia di 100 quintali richiedeva 8 quintali di legna per alimentare questa combustione lenta. Durante la carbonizzazione, la legna diminuiva il suo volume del 40% e il suo peso dell’80%. Per questo motivo, nei giorni finali, il carbonaio doveva fare attenzione a prevenire eventuali vuoti d’aria all’interno, che avrebbero potuto causare l’incenerimento della carbonaia.

Per evitare ciò, doveva “batterla” con il grosso bastone: in base al colore del fumo che fuoriusciva dai fori laterali, il carbonaio poteva controllare l’andamento della combustione e solo quando il fumo era di un turchino trasparente il carbone era pronto.

Terminata la cottura, iniziava la fase di scarbonizzazione che richiedeva ulteriori 1-2 giorni di lavoro. Prima di tutto, il carbone doveva essere raffreddato con numerose palate di terra e si spegnevano eventuali braci residue con l’acqua. La qualità del carbone ottenuto variava a seconda dell’abilità ed esperienza del carbonaio, ma anche dal tipo di legname utilizzato.

Il carbone di ottima qualità doveva emettere un suono piacevole quando percosso. Una volta raffreddato completamente, il carbone veniva trasportato dai carrettieri verso la ferriera e il martinetto per essere utilizzato.

 

APPROFONDIMENTO

L’osteria della rampajana

Sulla strada che collegava la ferriera alla riviera, sorgeva una modesta osteria conosciuta localmente come la “rampajana”. Questo luogo serviva sia per offrire da bere e da mangiare ai mulattieri che trasportavano la vena, sia a coloro che si occupavano del trasporto del ferro. Era frequentata anche dai carbonai che portavano il carbone alla ferriera, oltre ai lavoratori della stessa e del martinetto. L’osteria vendeva prodotti come olio, fagioli, farina di mais, grano, e altro ancora. Solitamente, forniva in anticipo generi alimentari ai poveri carbonai per aiutarli, anche se ad un prezzo considerevolmente alto. I proprietari, tendevano a sovrapprezzare i prodotti rispetto al loro valore normale, generando un notevole profitto sulle spalle dei più bisognosi.

 

La prima guerra mondiale

Storia monumento caduti
Il monumento ai caduti

Il 28 giugno 1914 l’attentato di Sarajevo segnò l’innesco di uno dei conflitti più devastanti della storia mondiale: la prima guerra mondiale.

L’Italia entrò in guerra nel 1915 a fianco degli Alleati (i principali erano Francia, Regno Unito, Giappone, Stati Uniti Russia), principalmente contro le potenze centrali (Germania , Austria-Ungheria, Impero ottomano) lungo il fronte alpino. I nostri predecessori chiamati alle armi, come molti altri soldati provenienti da tutta Italia, furono coinvolti in operazioni lungo le Alpi e le Dolomiti, impegnati in battaglie feroci e spesso sanguinose per difendere il confine settentrionale dell’Italia.

Inoltre, dopo il 1917, con l’entrata in guerra degli Stati Uniti e il crollo del fronte orientale, le truppe italiane si mossero anche verso il fronte sul fiume Piave, partecipando alle operazioni contro l’esercito austro-ungarico in Veneto.

I combattimenti furono caratterizzati da trincee estenuanti, tecnologie belliche emergenti e una spaventosa perdita di vite umane. La guerra, che in Italia si combatté principalmente in Trentino e Friuli, si diffuse ben oltre i confini europei coinvolgendo nazioni in ogni parte del globo.

La mobilitazione costrinse molti giovani di Dego, per lo più impegnati in agricoltura per il sostentamento dei loro cari, a lasciare le famiglie e il lavoro per arruolarsi nell’esercito. Questo causò un notevole disagio nelle campagne dove ci si trovò senza manodopera sufficiente per coltivare i campi.

La guerra portò a una grave crisi alimentare in quanto le risorse alimentari vennero dirottate per sostenere lo sforzo bellico, causando carestie e scarsità di cibo nelle comunità. Inoltre il governo italiano introdusse misure di razionamento alimentare e di controllo statale per garantire la fornitura di cibo alla popolazione e all’esercito. Alcuni Valbormidesi furono direttamente colpiti dagli effetti del conflitto, con perdite umane tra i membri delle comunità che partecipavano al combattimento. Questo causò un ulteriore dolore e un aumento della difficoltà economica e sociale per le famiglie colpite.

La prima guerra mondiale terminò con la sconfitta delle Potenze centrali il 4 novembre 1918. L’Italia ottenne territori aggiuntivi in seguito al Trattato di Saint-Germain-en-Laye e al Trattato di Versailles.

Il ritorno a casa dei soldati dopo la guerra fu un momento di grande importanza e complessità. Molti di loro tornarono alle loro comunità di origine, spesso trovandole profondamente mutate a causa delle perdite umane, della distruzione e della devastazione causate dalla guerra. Alcuni soldati tornarono con ferite fisiche o mentali, necessitando di cure e assistenza. Le autorità e le organizzazioni di soccorso fecero del loro meglio per fornire sostegno ai veterani di guerra, ma molte famiglie dovettero affrontare il trauma e le conseguenze della guerra da sole.

Negli anni della prima guerra mondiale, furono anche aperti stabilimenti a Ferrania per la produzione di esplosivi che successivamente, nel dopoguerra, fu trasformato in fabbrica per la produzione di materiale sensibile per il settore fotografico: prima lastre di vero, poi pellicole. Ma in seguito produsse un’ampia varietà di materiali, dai rullini fotografici alle pellicole cinematografiche e carta fotografica.

L’attività industriale valbormidese ricevette un notevole impulso con l’impianto degli stabilimenti CokItalia e Montecatini negli anni ’30. Questi complessi industriali, iniziati nel 1935, comprendevano la cokeria, la produzione di azotati e la lavorazione di sottoprodotti del carbone fossile. La Montecatini divenne un polo importante per la produzione di ammoniaca, fertilizzanti chimici e altri prodotti chimici correlati. Intorno a questi grandi complessi industriali, si svilupparono anche industrie minori, in particolare quelle legate alle lavorazioni chimiche. Tutte queste industrie crearono un enorme bisogno di forza lavoro. Fu così che gli abitanti di Dego e dei paesi limitrofi lasciarono progressivamente la campagna per il lavoro nelle industrie.

Nel 1927 Dego fu compreso nel territorio della neocostituita Provincia di Savona.

Il territorio comunale si ingrandì nel 1929 quando gli furono uniti parti di territorio dei soppressi Comuni di Santa Giulia e di Brovida.

A ricordare le persone decedute in questa guerra all’ottobre del 1924, si erge nei giardini pubblici il Monumento ai Caduti, realizzato da Vincenzo Pasquali. La statua rappresenta un corpo maschile nudo, simbolo dell’umanità, appoggiato a una roccia e impugnante antiche armi come uno scudo e una spada, simboli di coraggio e sacrificio nell’atto di difendere la patria.

Sui fronti laterali del monumento, su delle lapidi commemorative, sono incisi i nomi dei caduti del paese.

 

La seconda guerra mondiale

 Scatenata il 1º settembre 1939 con l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista, la seconda guerra mondiale rappresentò il culmine di tensioni accumulatesi dagli esiti della prima guerra e dalle politiche espansionistiche di regimi totalitari.

Storia guerra 1200
La festa nella primavera 1945

La guerra vide l’ascesa di due alleanze principali: gli Alleati (Stati Uniti, Regno Unito, Unione Sovietica e altri) e l’Asse (Germania, Italia, Giappone). Fu caratterizzata da una vastità di teatri di guerra, compresi gli scontri in Europa, Africa, Asia e nell’Oceano Pacifico.

Già prima dell’inizio della guerra, ci fu un crescente malcontento nei confronti del regime fascista in Italia. Le politiche autoritarie del regime, la repressione politica e la censura alimentarono l’opposizione tra la popolazione, compresi i contadini, gli operai e gli intellettuali. Durante la guerra molti Paesi, compresa l’Italia, eseguirono la mobilitazione generale della popolazione maschile per rafforzare le loro forze armate. Anche nel nostro centro gli abitanti furono arruolati in massa per combattere sui vari fronti di guerra, costretti a lasciare le loro terre e le loro famiglie.

Nel 1943, dopo la disfatta italiana nella campagna di Russia e l’invasione alleata della Sicilia, il regime fascista di Mussolini cominciò a mostrare segni di cedimento. Il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio del Fascismo votò una mozione di sfiducia nei confronti di Mussolini, che portò alla sua destituzione e all’arresto. Questo evento scatenò un periodo di caos politico in Italia. Dopo l’arresto di Mussolini, l’Italia firmò un armistizio con gli Alleati l’8 settembre 1943. Così le truppe tedesche invasero rapidamente il nord dell’Italia, incluse le nostre zone, per impedire agli Alleati di avanzare ulteriormente. L’occupazione tedesca e l’istituzione della Repubblica Sociale Italiana  di Mussolini nel nord del Paese generarono ulteriore dissenso e opposizione.

Di fronte alla repressione tedesca e fascista, molti individui, tra cui ex soldati, studenti, operai e contadini, anche sulle nostre colline iniziarono a organizzarsi in gruppi di resistenza armata. Nacque così il movimento partigiano, con questi “ribelli” che operavano in clandestinità nascosti nei nostri boschi, conducendo azioni di sabotaggio contro le forze nemiche, fornendo informazioni agli Alleati e proteggendo la popolazione locale.

Molte persone in questi anni si trovarono di fronte a una scelta difficile: rispondere al bando del maresciallo Graziani per unirsi all’esercito della Repubblica Sociale o prendere la via della resistenza armata e diventare partigiani. Da un lato, rispondere al bando significava essere mandati a combattere gli Alleati, dall’altro, unirsi alla resistenza significava affrontare le forze tedesche e fasciste. Nessuna delle due alternative era priva di pericoli, ma entrambe richiedevano una decisione coraggiosa.

Con il passare del tempo i partigiani si organizzarono in formazioni più strutturate e coordinate, con una leadership centralizzata e una rete di comunicazione. Essi giocarono un ruolo significativo nella liberazione dalle forze naziste e fasciste.

La primavera del 1945 portò finalmente la pace tanto attesa, ponendo fine a una guerra spietata che ha lasciato dietro di sé lutti e immani sofferenze.

 

 

APPROFONDIMENTO

Quando cadde un aereo in Bormiola

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L’aereo caduto in Bormiola

Il 29 marzo 1944, una tranquilla giornata di metà settimana, durante la guerra, venne improvvisamente interrotta da una battaglia tra aerei sopra a Dego, verso l’abitato del Carretto. Il fragore dei motori e gli spari scossero la quiete, costringendo la gente a cercare riparo nelle case. Poco dopo, il rumore di un aereo si fece più forte sino a quando si udì un forte fragore di schianto e si videro dei paracadute che dondolavano in discesa.

Subito, con grande emozione, nella comunità si sparse la notizia che nei pressi di Bormiola era caduto un aereo. Moltissimi si diressero sul luogo dell’incidente, chi in bicicletta, chi a piedi. Lo spettacolo del B17, la maestosa macchina da guerra americana ridotta a un relitto sul terreno, sbalordì tutti e nel paese per molti mesi non si parlò d’altro.

Nonostante la presenza dei militari tedeschi, molti spettatori cercarono di prendere qualche frammento dell’aereo come ricordo, frammenti dispersi poi in molte case della zona.

All’interno dell’aereo, tra i dieci uomini di equipaggio, era presente un tal Maurice Robert LaRouche, che cadde proprio a Dego e che fu intervistato in occasione del Veterans Day del 1997 da un quotidiano di Inverness (Florida). Riportiamo qui le sue dichiarazioni:

 

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Militari tedeschi soddisfatti davanti all’aereo

“[…] Le bombe avevano appena lasciato la stiva che in cuffia sentii la voce del comandante: ‘Ragazzi, ho paura che dovremo lanciarci.’ Io sedevo fra le mie due 12,7 rattrappito e solitario, in attesa di ordini. Quello non era il mio equipaggio abituale con il quale mi era addestrato. Ero stato chiamato di riserva per la mia 25ª missione su territorio nemico. In precedenza avevo dato una mano a bombardare i tedeschi nel monastero di Montecassino e avevo bombardato i campi petroliferi di Ploesti, la Germania e la Jugoslavia. Ma non c’era affiatamento con i membri dell’equipaggio ai quali ero stato aggregato; se ce ne fosse stato mi avrebbero aperto il passaggio verso l’interno della fusoliera, e i due mitraglieri laterali mi avrebbero tirato fuori da quella che poteva diventare la mia bara. Invece mi ci volle un po’ di tempo per realizzare che non ci sarebbero stati aiuti: dovevo ingegnarmi a uscire dalla torretta centrale per conto mio. Cercai a tentoni sopra la spalla e trovai la maniglia di sgancio. Uscito a carponi mi trovai solo nell’aereo colpito […]. Mi guardai intorno. Le armi laterali erano abbandonate. I piloti e tutti gli altri erano spariti. Ero l’unico a bordo. Mentre mi guardavo intorno fui colpito da una scheggia al petto, ma ignorai la ferita per l’ansia di ritrovare il paracadute. Dimenticai anche le scarpe; al momento indossavo due stivali di volo sinistri perché era tutto quello che avevo rimediato andando in volo. Trovai il paracadute e me lo agganciai al petto: arrivato al portellone di uscita aperto mi sedetti e mi lasciai cadere. Un muro d’aria mi investi e cominciai a rotolare sempre più veloce attraverso le nubi, ritardai l’apertura del paracadute per evitare di essere mitragliato dagli aerei nemici, finché non potei più aspettare e tirai la maniglia. Per un’eternità non successe niente. “Mio Dio, non funziona”, pensai, ma poi la calotta si aprì con un terribile schiocco […]

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Maurice LaRouche (a sinistra) dopo aver ricevuto la Silver Star

Atterrai affondando una spalla e il viso in un campo arato su una collina coltivata a terrazze e mi alzai in piedi barcollando davanti ad alcuni italiani che mi guardavano impietriti come fossi caduto dalla luna […].”

Maurice LaRouche atterrò nella regione di Val der Vigne (Valle delle Vigne), più a nord rispetto ai suoi compagni che si erano lanciati prima. Un contadino del luogo, chiamato Icardi, si avvicinò e lo accompagnò alla cascina dei Pera, una famiglia che aveva dato rifugio anche ad alcuni renitenti alla Leva. Trascorse la notte in attesa di un uomo che, secondo quanto detto dagli abitanti, poteva metterlo in contatto con i partigiani e che parlava francese (Maurice è di origine franco-canadese). Il mattino seguente, un boscaiolo di nome Luigi, che aveva lavorato in Francia, lo prese e lo guidò oltre il crinale che portava in Valle Uzzone.

Arrivati nei pressi della frazione Sugliani di Dego, Flora Dogliotti, una giovane staffetta partigiana, si avvicinò a Maurice e lo invitò ad entrare nella sua abitazione. Qui rimase due mesi, protetto e nascosto dalla famiglia Dogliotti, rischiando non poco, dato che nelle vicinanze c’era una piccola guarnigione tedesca che sorvegliava un tratto minato della strada provinciale. Anche se erano a conoscenza della presenza di un aviatore nemico, i militari non tentarono seriamente di catturarlo, limitandosi a improvvisare un paio di azioni alle quali Maurice riuscì a sfuggire.

Durante il giorno, trovava rifugio in un seccatoio per le castagne e la sera spesso cenava nella casa dei Dogliotti. Un vecchio tronco cavo di castagno gli forniva un nascondiglio-osservatorio ideale, adatto al suo fisico minuto, che lo aiutò nella sua permanenza. A Pasqua, il 9 aprile, chiese di poter fare la Comunione e il parroco di Scaletta Uzzone gli portò la santa Eucaristia nella casa dei Dogliotti.

Il 31 maggio 1944, una dozzina di partigiani della 16ª brigata garibaldina, raggiunse Maurice La Rouche nel suo nascondiglio. Dopo avergli chiesto i documenti, decisero di seguirlo, anche se lui commentò ironicamente che era piuttosto improbabile che un aviatore lanciato con il paracadute in territorio nemico potesse esibire documenti d’identità come in un controllo della polizia. Alla fine i partigiani si accontentarono della sua piastrina di riconoscimento e lo invitarono a seguirli.

La permanenza di Maurice tra i garibaldini fu breve, poiché mirava a raggiungere la Svizzera per presentarsi alle autorità consolari del suo Paese. Insieme a due soldati inglesi, evasi da un campo di prigionia del Regio Esercito, marciò a tappe forzate per alcuni giorni, ma ben presto riconobbero che l’impresa era superiore alle loro forze. Decisero quindi di puntare verso la Francia e, dopo aver vagato in Piemonte evitando i centri abitati, arrivarono in Valle Pesio. Dopo una serie di peripezie, alla fine di ottobre del 1944, Maurice si unì a un gruppo di militari alleati che avevano deciso di raggiungere la Francia liberata. Il viaggio si svolse a piedi lungo un percorso che li portò a Montecarlo dopo un’estenuante navigazione notturna in barca. Furono imbarcati su un aereo a Nizza e riportati a Napoli, da dove Maurice si riunì ai suoi colleghi del 20° Squadrone dopo sette mesi di avventure.

Prima di essere rimpatriato, Maurice fu inviato a Roma per partecipare a una serie di trasmissioni di “Italia combatte”, un programma radiofonico per i partigiani curato dallo Psychological Warfare Branch alleato.

In riconoscimento del suo coraggioso comportamento durante il periodo con le formazioni partigiane, Maurice fu insignito della Silver Star, la quarta decorazione al valore militare degli Stati Uniti in ordine di importanza.

  

APPROFONDIMENTO

Il Biondino, il leggendario e controverso partigiano

Storia Biondino
Matteo Abbindi “Il Biondino” con la sua Machinenpistole

Nato nell’ospedale di Savona nel 1911, cresciuto in un orfanotrofio e poi adottato da una famiglia contadina, Matteo Abbindi nel 1935, si arruolò volontario nella guerra d’Africa, ma venne ferito e fece ritorno in Italia nel marzo del 1936. Durante i combattimenti in Africa, dimostrò coraggio e venne promosso a caporale. Durante la battaglia per la conquista di Amba Alagi, fu ferito alla mano sinistra. Venne promosso sergente ma a causa della malaria fu costretto a tornare a casa prima della vittoria finale.

Mostrava un carattere deciso, sicuro di sé e spesso risoluto, attirando l’attenzione e l’ammirazione femminile. Durante le serate nelle osterie della Val Bormida, intratteneva gli amici con racconti delle sue esperienze belliche in Africa, suscitando risate e interesse. Ma le cicatrici dell’esperienza in guerra non si limitavano a ricordi di povertà, fame e amori fugaci. L’esperienza militare gli aveva conferito abilità nell’uso delle armi da fuoco, consapevolezza della capacità di uccidere e comprensione del potere derivante dal possesso di un’arma.

Dopo l’8 settembre ‘43 inserito in una lista per il lavoro in Germania a causa del suo passato orfano, decise di non presentarsi e si unì alla Resistenza.

Coloro che ascoltarono la sua ira in quei giorni successivamente trovarono spiegazioni al suo comportamento vendicativo durante la guerra. La sua rabbia era diretta verso i benestanti, i proprietari terrieri e i sostenitori del fascismo.

Passò un breve periodo fra i partigiani in Val Casotto con il nome di “Folgore”. Dopo la disfatta subita dalle forze partigiane in quella Valle rientrò in Val Bormida, fissò la sua base a Santa Giulia e si fece chiamare “Biondino”.

Da lì prese vita la sua oscura leggenda, ricca di spietate uccisioni, audaci azioni di guerriglia e feroci rapine, unite a gesti di generosità verso i contadini. Condusse una guerra senza esclusione di colpi contro i fascisti, che percepiva come la causa di tutti i suoi problemi fin dall’infanzia.

I momenti migliori della sua vita forse li visse impugnando un’arma, guidando autentiche imprese di guerriglia. Il “Biondino” fu responsabile di decine di atti violenti, inseriti in un contesto di guerra civile e di conflitto di classe che agitava le Langhe in quel periodo. Questi atti non possono essere separati dalla sua mentalità contadina, limitata e talvolta paranoica.

Era un vero e proprio leader partigiano, amato e temuto allo stesso tempo, con il potere di decidere sulla vita e sulla morte dei suoi uomini, anche se non trascurava le loro necessità. La sua non era una resistenza fondata su una scelta politica ponderata, ma piuttosto una vendetta personale contro un mondo che lui sentiva aver minato la sua già difficile esistenza. Unendo la sua natura violenta, sospettosa e impulsiva, insieme alla sua semplicità e suscettibilità, creò una miscela esplosiva che trasformò Santa Giulia e i dintorni in scenari da Far West. Il “Biondino” divenne  una sorta di pirata con la pistola in mano, un partigiano e un Robin Hood.

E numerare le decine di vittime attribuite al “Biondino” sarebbe lungo. È essenziale tenere presente che queste persone furono eliminate per una molteplicità di motivi, che spaziavano dall’essere fascisti o parenti di fascisti, da presunte colpe di benestanti, alle denunce di vicini rancorosi o gelosi, fino ai sospetti di spionaggio o tradimento. D’altro canto in quel periodo, sembra grazie a contadini del Todocco e di San Massimo, nacque la canzone del Biondino: “Bandiera rossa color del vino, viva il Biondino e i suoi Partigian!”

Solo per far meglio capire il personaggio riassumiamo qui di seguito alcune gesta del “Biondino”.

Negli anni ’40 in Italia era in vigore l’ammasso, un sistema che imponeva la consegna della maggior parte dei prodotti agricoli ai tedeschi. Grano, avena, vinacce per la distillazione, fave: ogni ingrediente era soggetto a questa requisizione, con una minima parte lasciata al fabbisogno familiare del produttore. Tutto ciò che veniva confiscato finiva in enormi depositi, e poi era spedito in Germania. Il “Biondino” compì vari attacchi agli ammassi, sequestrando grano per poi donarlo ai contadini che lo avevano prodotto con fatica e dedizione.

Un giorno il Biondino si appropriò di una Balilla e quando il motore fu ormai in rovina e le gomme erano consumate, la trasformò in modo ingegnoso in quello che definì un “carro armato”. Utilizzando compensato e un tubo da stufa, lo camuffò da veicolo bellico. Posizionò questo falso carro armato tra gli alberi in modo che fosse visibile da Piana Crixia e Dego per ingannare i tedeschi.

Storia Biondino 3
Poche righe scritte prima dell’esecuzione. Matteo Abbindi veniva anche chiamato Giovanni

In un’occasione, quando il Biondino si apprestava ad eliminare l’ex Podestà di Serole, si rese conto di averlo già conosciuto prima della guerra, durante le fiere di paese. Avendo passione e conoscenza del bestiame, invece di catturarlo, intrattenne con lui una conversazione amichevole in tema di mucche e buoi.

Un giorno a Merana il Biondino e i suoi uomini attaccarono due autocarri: uno trasportava burro e formaggio, l’altro vino destinato all’esercito nazista. Ogni famiglia della zona ricevette 5 kg di formaggio e 50 litri di vino in cambio di una piccola offerta in denaro. Il formaggio requisito fu così abbondante che venne conservato nelle grotte del castello di Santa Giulia (ormai in rovina) per mantenerlo fresco. Questo formaggio nutrì gli abitanti di Santa Giulia per molti mesi.

Fu durante un attacco ad una pattuglia tedesca sulla strada nei pressi di Monesiglio che il Biondino venne in possesso della Machinenpistole che poi  portava sempre con sé, e che appare in molte sue fotografie.

La storia di Aldo, un partigiano che si unì alla squadra del Biondino, aiuta a comprendere la ferocia di quest’ultimo. Poco dopo essersi unito a lui, Aldo indicò che a Ponterotto, presso Cairo Montenotte, vi erano diverse armi nascoste in una baracca. Decisero di recuperarle ma un contadino li avvisò che un camion di tedeschi era appena arrivato da Cairo.

Il Biondino pensò che fosse una trappola e ordinò una rapida ritirata. I tedeschi spararono contro i partigiani, ferendone uno. I partigiani arrivarono affrettatamente a Santa Giulia, mentre la gente usciva dalla chiesa. Forse per farsi ammirare o per dare un esempio, il Biondino si voltò verso Aldo, che durante la fuga non gli aveva mai rivolto la parola, e gli sparò un colpo preciso in mezzo agli occhi. Un bambino, allora di otto anni, ricorda ancora con orrore quell’esecuzione spietata davanti a tutti e ne parla con disapprovazione.

Una donna anziana, uscita dalla chiesa, si avvicinò coraggiosamente al Biondino e gli disse: “Non ti vergogni di aver fatto una cosa simile!” Il Biondino, istintivamente, le disse di farle subire la stessa sorte, ma lei aggiunse:  “Fa pûra, t’e shcansi ra fatiga au S’gnù, ma ricord’te quante vote da cit a t’ô sciusciò u nos.”(Fai pure, scansi la fatica al Signore. Ma ricordati quante volte da piccolo ti ho soffiato il naso). Toccato da quelle parole, la lasciò andare.

Un giorno il Comando di Santa Giulia ricevette informazioni che a Piana Crixia sarebbe transitato un treno carico di prigionieri (si trattava di Carabinieri catturati a Roma. Il 12 maggio 1944) destinati ai campi di concentramento in Germania. Il Biondino dispose i suoi uomini nella stazione ferroviaria. Fece indossare una divisa nazista a un Austriaco (precedentemente catturato e passato con lui). Con l’assistenza dei ferrovieri, il treno fu fermato. L’Austriaco, parlando tedesco, cercò di distrarre e tranquillizzare il Comandante nazista che si era affacciato dal finestrino.

Come lampi, una ventina di partigiani spararono all’impazzata, mentre altri aprirono i vagoni piombati e liberarono i prigionieri. L’ultimo vagone, rimasto sotto la galleria, non poteva essere aperto per far uscire i prigionieri.

“Moro”, uno dei Partigiani presenti, raccontò che durante la sparatoria, in un momento critico, il Biondino emise un urlo. Tutti gli attaccanti temettero che fosse stato ferito. Fu un attimo di panico, sbandamento e di momentanea interruzione dell’azione. Questo dimostrò quanto carisma possedesse il Biondino. Ma il suo urlo era un ordine di ritirata.

Non si seppe con esattezza quanti prigionieri fossero stati liberati. I più pessimisti parlavano di trenta, i più ottimisti di trecento. Non fu la quantità a stupire, ma la qualità dell’azione. Radio Londra elogiò il Biondino e i suoi uomini.  Alcuni dei prigionieri liberati scelsero di rimanere con lui.

La sua attività di partigiano fu contraddistinta da azioni audaci contro le forze fasciste e tedesche, ma la sua figura fu oggetto di controversie e dibattiti anche dopo la guerra. La sua vicenda rimane comunque parte integrante della memoria storica della Resistenza, anche se la sua figura è stata oggetto di diverse interpretazioni e opinioni contrastanti.

Il Biondino fu catturato e fucilato alla schiena dai fascisti della Divisione San Marco a Cairo Montenotte il 1° febbraio 1945.

 

APPROFONDIMENTO

Il sacrificio di Giobatta, Vincenzo e Nenè

Questa storia non narra degli eroici partigiani, nonostante si sviluppi nel periodo della Resistenza. I protagonisti, caduti sotto il fuoco spietato e gratuito del nazifascismo, sono semplici civili, uomini comuni, estranei alla lotta armata, colpevoli solo di essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Giovanni Battista Pollero, noto come Mario, era un modesto commerciante di frutta di Quiliano. Il 22 luglio 1944 decise di recarsi a Dego per visitare il cugino Giovanni Battista Vincenzo, un contadino residente nella frazione Porri. L’intenzione era aiutarlo a caricare un carro di fieno. A Giobatta, ancora celibe e di dodici anni più grande, con maggiore esperienza, sembrò naturale offrire il suo aiuto a un parente giovane ma inesperto come Vincenzo. Insieme si misero al lavoro, senza immaginare di diventare ostaggi di un gruppo di rastrellatori che, per vendicare l’uccisione del loro comandante, avvenuta il giorno precedente per mano del partigiano genovese ‘Gin’ Renato Giavino, stavano devastando la zona. Non riuscendo a trovare il ribelle, i tedeschi si abbandonarono a saccheggi e, non ancora soddisfatti, prima di tornare alla base decisero di prendersela con uomini innocenti.

Senza alcuna prova, accusati ingiustamente di collaborazione con i partigiani, Giobatta Pollero, 35 anni, il cugino Giovanni Battista Vincenzo, 23 anni, e Fortunato ‘Nené’ Rizzo, un residente del luogo anch’egli estraneo alle accuse, vennero fucilati sul posto subito dopo la cattura. Una ritorsione barbara. Persero la vita, forse senza neanche rendersi conto del motivo per cui venivano uccisi, solo per un vile atto di vendetta. In località Porri di Dego, lungo la strada per Montenotte Inferiore, è stato eretto un cippo in memoria della terribile rappresaglia.