Basso Medioevo

L’era dei Del Carretto

Dall’anno 1000 alla scoperta dell’America 1492

 

La Marca Aleramica

Storia Marca aleramica 1200

Sul finire del X secolo il borgo di Dego andò a confluire in un vasto territorio unito sotto il dominio di Aleramo, marchese del Monferrato, la Marca Aleramica.

Le origini della dinastia aleramica sconfinano tra storia e leggenda. Narra quest’ultima (leggenda di Aleramo e Adelasia) che, verso la metà del X secolo, per l’esattezza nel 967, l’imperatore Ottone I di Sassonia concedesse al giovane e valoroso conte Aleramo una marca comprendente tutto il territorio che fosse riuscito a percorrere a cavallo.

Non è chiaro quale fosse la reale consistenza di questi possedimenti, poteva trattarsi di villaggi devastati dalle incursioni saracene o insediamenti in cui ancora sopravviveva una sorta di organizzazione che ne avrebbe permesso una crescita a livello economico.

Nell’ambito della concezione politica medievale le giurisdizioni civili ed ecclesiastiche si intrecciavano. I monasteri rappresentavano componenti del potere feudale e svolgevano ruoli specifici nell’organizzazione del dominio signorile. La loro fondazione avveniva lungo importanti vie di comunicazione o in prossimità di nodi strategico-territoriali, assumendo così una posizione chiave con funzioni politiche, economiche e sociali, delegategli dall’autorità feudale. Anche la famiglia degli Aleramici si avvalse dei monasteri per conseguire propri obiettivi. Nel 991 il marchese Anselmo, figlio di Aleramo, fondò il monastero di San Quintino di Spigno, dotandolo di molti possedimenti.

Storia ritratto di aleramo
Ritratto di Aleramo

La prima menzione di Dego risale al 967, quando compare in un diploma imperiale di Ottone I al marchese Aleramo. Nell’importantissimo documento non veniva citato solo Dego, ma tutte quelle “curtes” nel territorio “desertico”(in questo termine è riscontrabile una testimonianza delle recenti devastazioni compiute in quel territorio dai saraceni) compreso tra il fiume Tanaro e il fiume Urbe fino al mare.

Dego venne nuovamente citato in un documento con cui il figlio di Aleramo, Anselmo,  donava come dotazione terriera al monastero di San Quintino di Spigno il possesso di tre mansi in Dego, undici a Cairo, sette a Cosseria ecc…

Dego divenne la sede della pieve più meridionale della diocesi di Acqui. L’edificio pievano, dedicato a Santa Maria Assunta, esiste ancora oggi nella località Pieve presso Bormiola, che conserva parti in stile romanico risalenti al Medioevo ed interessanti tracce di affreschi tardogotici. Anticamente la pieve di Dego era officiata da monaci benedettini di Monastero (Bormida).

 

 

 

I Del Carretto

Il nostro territorio venne compreso fra i possedimenti di Bonifacio del Vasto e poi, nel 1142, del figlio Enrico I Del Carretto. Il figlio di questi, Ottone Del Carretto, cedette Dego al Comune di Genova per esserne legittimato come feudatario (cioè lo riottenne simultaneamente in feudo).

Storia Del carretto 1200

Quindi Dego rimase sotto il dominio carrettesco, mentre il vescovo di Acqui riscuoteva le decime del paese.  Nel 1339 Dego, con gli altri possessi valbomidesi dei Del Carretto, venne ceduto agli Scarampi, ma appena undici anni dopo ritornò nelle mani dei Del Carretto (1350).

Ogni paese appartenente ai Del Carretto aveva un castello. Così anche a Dego venne ricostruito l’antico castello con la funzione di avvistamento e controllo sull’antica direttrice dell’Aemilia Scauri. Non esistono documenti che ci aiutino a stabilire con certezza il periodo a cui risale ma presumibilmente alle incursioni dei Saraceni.

Nonostante l’area sia visitabile, non è rimasto molto dell’antico castello. Parte della torre e delle mura sono ciò che rimane di questo fortilizio, le cui dimensioni ne denunciano una finalità di tipo difensivo o d’avvistamento più che la funzione di dimora signorile, per la quale ai Del Carretto non restava che l’imbarazzo della scelta, data la quantità dei possedimenti di cui disponevano.

Nel 1419 Dego fu annesso al Marchesato del Monferrato.

 

APPROFONDIMENTO

A Santa Giulia

La prima menzione della località di Santa Giulia è del 1178, quando Papa Alessandro III con una bolla confermò al monastero di San Quintino di Spigno il possesso del “Castrum Sanctae Juliae”. Nel 1179, Enrico, marchese di Savona, desideroso di fondare un tempio e un ospedale a “Croceferrea”, donò al monastero il “drittum et fructum” che possedeva nel luogo di Santa Giulia.

Il 28 maggio 1208, Ottone, vescovo d’Acqui, investì un certo Tommaso “de Sancta Julia” di una parte delle decime di Santa Giulia. Nel 1213, Tommaso, insieme a Enrico, marchese di Ponzone, ebbe riconosciuta dal Comune d’Asti la loro proprietà nel castello, villa, hominibus, jurisdictione, et honore Sanctae Juliae.

Il 12 giugno 1359, Guido, vescovo d’Acqui, confermò una parte delle decime di Santa Giulia a Bonifacio, Manfredo e Giorgio, marchesi Del Carretto, che si definivano “domini castri, et villae Sanctae Juliae”. Thomoegno arciprete della Pieve di Santa Giulia fu presente a questo atto stipulato nel castello di Bistagno.

Il 6 giugno 1365, Giorgio, abate del monastero di San Benedetto in Santa Giulia, e il sindaco del villaggio furono citati dal vescovo d’Acqui per risolvere questioni con Giovanni Scarampi signore di Bubbio e il Comune.

Nel 1394, Papa Bonifacio IX, in riconoscenza agli sforzi dei marchesi Del Carretto, confermò loro i diritti su Santa Giulia e concesse loro la parte di dominio temporale dell’abbazia. Questa conferma fu nuovamente approvata nel 1405 da Papa Innocenzo VII.

Su richiesta degli abitanti, il vescovo d’Acqui Bonifacio, nella sentenza del 3 giugno 1434, ridusse le decime che dovevano essere pagate a Giovanni e Aleramo Del Carretto, signori di Santa Giulia.

 

APPROFONDIMENTO

La storia della Zecca di Dego e le antiche pratiche di conio delle monete nel Medioevo

Nel Medioevo la pratica di impiantare zecche e coniare monete fioriva in alcuni centri popolosi e commerciali, aree che offrivano agli zecchieri la possibilità di acquisire metalli preziosi e mettere in circolazione monete. Questo portò i marchesi a stabilire le loro zecche in luoghi come Carmagnola per i marchesi di Saluzzo, Dego per quelli di Ponzone e Cortemilia per i marchesi Del Carretto.

Obolo di Dego
Obolo coniato a Dego. Fu ritrovato vicino a 20 Km dalla citta di Briançon (probabilmente perso da un soldato o da un mercante ambulante). Le monete coniate nella zona (erano presenti zecche anche a Cortemilia, Acqui e Savona) sono tutte molto simili. Per riconoscere quelle coniate a Dego occorre verificare che al centro nella scritta NES le tre lettere siano intervallate da punti

Si presume che il diritto di zecca fosse stato conferito ai marchesi Del Carretto dall’imperatore Federico Barbarossa dopo il trattato di Costanza del 1183, evento al quale assistette anche Enrico il Guercio Del Carretto, Marchese di Savona, in qualità di Cancelliere dell’Impero. Tuttavia, sembra che siano stati solo i suoi discendenti a coniare monete durante, al tempo di Enrico VI.

I metodi di coniazione erano sorprendentemente semplici, ma rimanevano un privilegio esclusivo degli zecchieri, la maggior parte dei quali proveniva dalla Lombardia. Si spostavano da un luogo all’altro offrendo i loro servizi ai signori locali, prendendo in affitto la zecca con il diritto di coniare monete per se stessi e l’obbligo di farlo anche per conto del signore locale, ricevendo in cambio un salario.

Gli zecchieri utilizzavano spesso gli stessi punzoni per tagliare i conii delle monete nelle diverse zecche, trascurando di cambiarli frequentemente. Mutavano principalmente le leggende e gli scudi degli stemmi per formare diverse monete, mantenendo sostanzialmente la stessa struttura. Le monete di Dego, Cortemilia, Asti e altre città presentavano similitudini straordinarie, differenziandosi principalmente per il nome dei Marchesi.

La coniazione avveniva manualmente attraverso la tecnica del martello: i dischi di metallo venivano posti tra due stampi chiamati “pila” e “trosello” e venivano battuti uno o più colpi di mazza. La moneta estratta dai conii era così pronta per entrare in circolazione.

A Dego, presumibilmente all’interno dei locali del castello, risiedeva la zecca dei Marchesi di Ponzone, attiva fino alla metà del XIV secolo. Tra le monete più antiche coniate in questa zecca, spiccano l’obolo e il grosso matapane in argento, raffiguranti San Michele su un lato e, sull’altro, il Cristo seduto in trono. Queste monete, affascinanti reliquie del passato, sono state accuratamente riprodotte in effigie e catalogate in alcune rinomate riviste di numismatica, che le hanno tratte dalla collezione reale di Vittorio Emanuele III, in Roma.

 

APPROFONDIMENTO

La  conquista del diritto del pascolo da parte dei Deghesi

È interessante esaminare le prime, incerte tappe che, nel tardo Medioevo, segnarono per gli antenati Deghesi la riconquista dei loro primi e più importanti diritti. Non si tratta delle libertà garantite oggi dalla Costituzione, inconcepibili nel Medioevo, ma dei diritti fondamentali, soprattutto l’indipendenza dalla povertà.

Storia Pascoli 1200

Particolarmente interessante è la convenzione stipulata il 25 marzo 1136 tra i consoli di Savona e gli uomini di Dego. In questo documento il console concede agli abitanti di Dego il diritto di pascolare le loro bestie nel loro territorio addirittura dal crinale fino al mare, illimitatamente.

Questa concessione è importante nella storia della lenta conquista dei diritti degli abitanti del paese. Durante un periodo in cui l’agricoltura e l’allevamento rappresentavano la principale fonte di sussistenza, questa concessione rappresentava un passo in avanti per l’economia dei deghesi.

25 marzo 1136

Consules dederunt ad homines de Dego tam maiores quam minores  silvas que sunt iuris eorum saonensium ad pascendum a iugo usque  mare sine damno saonensium et vilanorum  sine scadico.  Propter iustum usum spoponderunt predicti homines de Dego quod in illis silvis predictis nullum laborem vel culturam faciant nisi abitationes ad pastores et bestias eorum.

Traduzione:

“I consoli concessero agli uomini di Dego, sia ai grandi che ai piccoli, i boschi che sono sotto il loro diritto savonese, per pascolare dal crinale fino al mare senza danno per i savonesi e i loro contadini, senza limiti. Per giusta utilità, gli uomini predetti di Dego si impegnarono a non intraprendere alcun lavoro o coltivazione in quei boschi predetti, se non per le abitazioni dei pastori e dei loro animali.”

 

APPROFONDIMENTO

Le anciue: storie di contrabbando e tradizione

Grazie ai mercanti del sale, le acciughe hanno conquistato monti e colline, tracciando il loro percorso attraverso strade e sentieri frequentati da contadini e mercanti. Le vie di Dego erano percorse da mercanti e contadini, in maggioranza quest’ultimi, che, seguendo le strade e i sentieri, si collegavano alla Liguria per vendere i loro prodotti e acquistare sale e… acciughe. Fu così che questo delizioso pesce fece il suo ingresso nella dieta locale, una storia che affonda le radici addirittura nel Medioevo. Una delle teorie più accreditate sulla diffusione delle acciughe in Piemonte suggerisce che furono i contrabbandieri i primi a portarle. Il motivo? In un’epoca in cui il commercio clandestino del sale prosperava, i contrabbandieri coprivano il sale contenuto in casse o botti con strati di acciughe per evitare sanzioni e conseguenze più gravi. Questa pratica, nel tempo, si perse, ma le acciughe divennero una componente essenziale della cucina piemontese.

L’acciuga si è radicata profondamente nelle nostre tradizioni gastronomiche, diventando un ingrediente chiave in tre preparazioni classiche: il Vitello Tonnato, la Bagna Cauda e le Acciughe in Salsa Verde.