I secoli delle invasioni
Dal 476 caduta Impero romano d’Occidente, all’anno 1000
I Goti

La dominazione romana durò nei nostri posti per circa 600 anni. Intorno al 400 d.C. l’indebolimento dell’Impero romano d’Occidente facilitò l’invasione delle orde barbariche lungo la Via Aemilia Scauri e per la zona iniziò un periodo di turbolenze.
Una delle invasioni più significative e gravi fu quella del popolo germanico dei Goti, che si appropriarono di questa regione insieme al resto del nord Italia intorno al 401-402 d.C. sotto il comando di Alarico I, portando instabilità e cambiamenti significativi alla zona.
Nell’aprile del 403 si combatté una cruciale battaglia tra le legioni romane comandate da Stilicone e i Visigoti guidati da Alarico, che subirono una sconfitta. Tuttavia con Ataulfo, tra il 408 e il 410, i Visigoti fecero ritorno, devastando ampie aree fino alla costa, incluso Albintimilium (Ventimiglia) e Vada Sabatia (Vado Ligure). Questi attacchi provocarono danni ingenti.
Successivamente la reazione romano-bizantina tentò di ristabilire un certo grado di sicurezza, contrastando le incursioni di Radagaiso. Tuttavia, i saccheggi perpetrati da questo capo barbaro sul territorio ligure-piemontese gli valsero l’appellativo di “bestia, diabolus” nelle omelie del vescovo torinese San Massimo. Tra il 415 e il 417, l’imperatore Costanzo, che poi salì al potere nel 421, riorganizzò la Liguria costiera, come ricordato in una lapide dedicata di Albingaunum (Albenga), e creò nel versante valbormidese delle Langhe una nuova provincia, quella delle Alpes Cottiae.
Una interessante spiegazione, basata su interpretazioni storiche e climatologiche, giustifica il fenomeno delle invasioni barbariche dal nord-est come conseguenza del progressivo inaridimento delle pianure asiatiche avvenuto nei primi secoli del nuovo millennio. La conseguenza fu un lungo periodo di guerre e disordini che alla fine generarono la creazione di numerosi nuovi stati, con a capo i sovrani dei barbari risultati vincitori sui loro avversari nelle sanguinose guerre tra i vari pretendenti sul territorio. In questo mondo feudale l’unica ricchezza era costituita dalla terra che il re dava ai suoi feudatari e di cui essi, abili nell’arte della guerra e residenti nei castelli fortificati, erano signori assoluti. Essi governavano con durezza, avendo diritto di vita e di morte sui loro sudditi e sui servi della gleba che dovevano lavorare la terra ricevendo in cambio un minimo di nutrimento e la protezione armata del loro signore (che era comunque una cosa importante in quei tempi drammatici di guerre, violenza e fame). Nelle nostre colline la gente moriva di fame e di malattie in quanto l’economia non sempre bastava a garantire la sopravvivenza della povera gente. La comoda Via Aemilia di fondovalle era diventata pericolosa a causa delle scorrerie dei barbari e dei banditi, e gli abitanti delle città della pianura si erano rifugiati sui colli dove era possibile difendersi chiudendosi nei castelli fortificati o utilizzando stretti sentieri di declivio per gli spostamenti. In quei drammatici secoli in Italia ed in Europa la miseria, le pestilenze e la fame furono la causa dello spopolamento e dell’impoverimento culturale e sociale delle popolazioni. I commerci si ridussero drasticamente, in quanto ogni feudatario provvedeva a far produrre dai suoi sudditi, contadini o artigiani, ciò che era necessario alla sopravvivenza.
I Longobardi

L’arrivo dei Longobardi segnò un momento cruciale per la Val Bormida e le Langhe. Questa invasione significò il distacco definitivo di queste terre, al di là dello spartiacque alpino-appenninico, dai centri della costa a cui giuridicamente appartenevano almeno in parte durante l’era romana.
Nel 569, i Longobardi (uomini dalle lunghe lance), guidati dal loro re Alboino, originariamente insediati nella regione dell’attuale Scandinavia, attraversarono l’Europa e si stabilirono nell’Italia settentrionale, fondando un loro regno, noto come Regno dei Longobardi, che persistette per diversi secoli. Da noi arrivarono sino allo spartiacque senza riuscire a conquistare le città liguri costiere dove dominavano i Bizantini.
I Longobardi portarono con sé tradizioni culturali e istituzioni proprie, inclusi un sistema legale e un modello di governo basato su ducati e un re eletto. La sede principale del loro regno fu Pavia. Dal punto di vista religioso inizialmente erano ariani, ma in seguito si convertirono al cattolicesimo. Per decenni Bizantini e Longobardi fronteggiarono, senza lasciare molte tracce archeologiche evidenti. Nel 636 i Longobardi giunsero al mare, distruggendo le città costiere dei Bizantini e riducendo gli abitanti in schiavitù.
I Franchi

Nel 772 papa Adriano I chiese aiuto a Carlo Magno contro i Longobardi, che minacciavano lo Stato della Chiesa. Nel 773, le truppe franche attraversarono le Alpi e, nel 774, entrarono nel Regno longobardo. La capitale longobarda, Pavia, fu assediata e alla fine Desiderio si arrese. Carlo Magno fu proclamato re dei Longobardi il 1º luglio 774. Questo ampliò notevolmente il suo regno, che già comprendeva gran parte del territorio francese e parte della Germania.
Carlo Magno non si limitò a diventare re dei Longobardi ma istituì il Regno d’Italia. Pavia divenne la capitale del Regno d’Italia. In questo periodo sorse l’abbazia di Gesù Salvatore a Giusvalla.
I Saraceni
Alla fine del IX secolo, gruppi di “Saraceni” provenienti dalla Spagna piuttosto che dall’Africa effettuarono uno sbarco sulle coste montuose della Provenza, precisamente a La Garde Frainet vicino a Saint Tropez. La zona era scarsamente popolata e consentì ai Saraceni di ampliare facilmente le loro incursioni nell’entroterra.
Il termine “saraceni” era in origine un nome generico usato nell’Europa medievale per indicare in modo piuttosto vago i popoli musulmani provenienti dalle aree del Medio Oriente e del nord Africa.
Nell’immaginario medievale europeo, i saraceni erano associati all’Islam e alla cultura musulmana e venivano visti come nemici durante le Crociate. Questo termine, tuttavia, non indicava un gruppo etnico o culturale omogeneo, ma piuttosto un insieme variegato di popoli di differenti origini che condividevano la religione islamica e che provenivano da regioni diverse del Mediterraneo e del Medio Oriente.
Col tempo i Saraceni iniziarono a compiere razzie nell’entroterra e valicarono le Alpi marittime intorno al 905, raggiungendo persino Acqui. Il castello di Dego, secondo la tradizione, fu eretto dagli abitanti proprio per difendersi dalle incursioni saracene.
I Saraceni attaccarono monasteri, chiese e centri abitati (nel 935 distrussero l’abbazia di Giusvalla), spingendo le popolazioni a rifugiarsi nei luoghi più sicuri; portarono a spoliazioni e violenze su larga scala, causando il declino socio-economico di vaste regioni, soprattutto nelle aree montane prossime alle Alpi. La Chiesa, fortemente diffusa sul territorio, fu particolarmente danneggiata, con diocesi come Acqui e Alba che subirono impoverimento e distruzione.
La situazione delle comunità rurali divenne precaria a causa delle incursioni, costringendo le popolazioni a spopolare le campagne e a concentrarsi in poche corti. Le conseguenze furono gravi anche sulle istituzioni locali: causarono la soppressione di diocesi e al collasso delle comunità ecclesiastiche.
I Saraceni erano noti per le loro incursioni rapide e sorprendenti, durante le quali compivano saccheggi, per poi ritirarsi.
I Saraceni seguivano un approccio subdolo, iniziando con attacchi sorprendenti che comportavano saccheggi, distruzioni, omicidi e rapimenti indiscriminati di persone di entrambi i sessi. Successivamente, si ritiravano. Dopo una serie di incursioni, questi invasori selvaggi cercavano di stabilirsi in posizioni strategiche, dove potevano difendersi efficacemente da possibili contrattacchi.
Indossavano una cotta di maglia di ferro (conosciuta come dir) sopra il tradizionale abito di lana (qaftan), stretto in vita da una fascia. Per proteggere la testa dal calore eccessivo, usavano un elmo imbottito in ferro (baydah) sotto il turbante (imamah), contrastando così l’eccessiva esposizione al sole. Combattevano impugnando una scimitarra (shamshir) e uno scudo rotondo (turs) fatto di legno e cuoio, spesso decorato con elementi metallici.
APPROFONDIMENTO
L’origine del nome Dego
Sull’origine del nome “Dego” si fanno diverse ipotesi; alcuni vogliono far derivare il termine dal celtico “Der Got” (di Dio) o dal latino “degere” (fermarsi, soggiornare, abitare) riferendosi a una presunta frase di Tullio Cipriano, condottiero romano, al momento della vista della nostra zona.
I documenti latini dei secoli XI-XV lo nominano come “Castrum Dei” (Castello di Dio) “Castrum quod vocatur deus” “llli de deo”. Ancora oggi, nel dialetto, si fa precedere il nome di Dego dall’articolo, infatti si dice u Dé (il Dego). Sul “Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli stati di s. M. Il re di Sardegna” di Goffredo Casalis leggiamo:
[…] Il nome di questo paese viene alterandosi a quel tempo in Digo, come si legge nel diploma di Corrado il Salico del 1026, emanato a favore dell’abazia di Breme, ed eziandio in quello di conferma dato nel 1210 da Ottone IV, nel quale Meirano e Dego sono per iscorrezione uniti nel solo vocabolo di Maidriadigo, invece di Mairia, Dego: che anzi nell’atto in cui il marchese di Savona Ottone I l’anno 1214 sottomise alla repubblica di Genova la castellata di Cairo che con altri castelli comprendeva pur quello di Dego, questo luogo vi è per istrana eleganza chiamato castrum quod vocatur Deus.” […].
Un’altra interpretazione è quella del Romanisches Etimologisches Wörterbuch di Meyer Lübke, che collega “Dego” all’alto provenzale “dec” (confine), derivato dal latino “decus” (abbreviazione di dĕcussis, “a forma di croce”, come il numero romano dieci), suggerendo che il termine si riferisca alla X incisa sui cippi come segnale di confine.