Il dialetto
Un patrimonio da custodire
Nel mondo sempre più globalizzato, il dialetto riveste un ruolo cruciale nella preservazione dell’identità locale. Ogni dialetto è un tesoro. È attraverso il dialetto che si esprime la ricchezza di una comunità, intessuta di sfumature linguistiche che la distinguono in modo unico.

Abbiamo dedicato un’apposita pagina ai modi di dire dialettali proprio perché siamo certi sia un patrimonio da custodire con orgoglio. Non è solo una forma di comunicazione, ma un riflesso della nostra storia e della nostra identità. Il dialetto rappresenta una ricchezza che arricchisce anche un po’ la comprensione del nostro paese e delle persone che lo abitano.
A Dego si parla un dialetto analogo a quello dei paesi vicini che si trovano in Val Bormida, anche se, ovviamene, presenta alcune sfumature e peculiarità.
Appartiene al ceppo dei dialetti gallo-italici ed è molto più vicino a piemontese che al ligure costiero, presenta influenze liguri ed arcaismi, simili a quelli riscontrabili nelle Langhe.
La studiosa gallese Mairgaret Mair Parry, che si è occupata a lungo del dialetto della Val Bormida, nel suo testo di sociolinguistica afferma che dalle sue lunghe ricerche sul campo è emerso che il nostro dialetto si avvicina solo per un quarto alle parlate liguri costiere, per il resto, cioè per la maggior parte (tre quarti) è simile al piemontese.
Si ringrazia Lorenzo Chiarlone per il grande lavoro di trascrizione dei termini in dialetto corretto.
Tabella per la grafia del dialetto
â breve, tendente verso e, come in italiano ancora
ae suono di e molto largo tendente ad a
c* suono dolce della c come se fosse seguita da i
cz z aspra
e e come in italiano eburneo, elicottero
é e stretta come in toscano (es. élla in italiano)
è larga come in italiano (es. Èrcole, èrgere)
g* g dolce, come se fosse seguita da i
o come in italiano originale
ò o largo come in italiano oncia, ordito, orma
ô suono del francese eu
oe suono interconsonantico
sç suono della j francese
sh suono dolce come sci in italiano
û come la u francese o lombarda
tz vedi cz
y suono di due o più i.
Parole e modi di dire
Le espressioni dialettali si sono formate nel corso del tempo attraverso varie influenze linguistiche, culturali e storiche. Hanno radici antiche e sono il risultato di un intricato intreccio di storia, tradizione, cultura e interazioni umane che si sono sedimentate nel linguaggio parlato in una determinata area geografica o comunità. Per questo crediamo che sia importante riportarle qui, perché ci identificano, ed è importante che non vadano perse. È ovvio che gran parte di quanto riportato non è utilizzato solamente a Dego. Come accade per tutti i dialetti, molte espressioni sono diffuse in tutta la zona circostante e nel nostro caso spesso anche nel vicino Piemonte. Sono comunque in uso nel nostro paese e fanno parte del nostro patrimonio culturale.
Abbiamo inserito anche semplici parole, che però non sono state scelte casualmente; spesso hanno radici più profonde nel tessuto della nostra lingua e della nostra storia.
A Giusvalla la fam ai balla e se u fisa nènta per es poc fén ai balèisa ancu ci ben – A Giusvalla la fame balla (hanno molta fame) e se non fosse per questo poco fieno (con cui vivono) gli ballerebbe ancora di più.
Au Dé i maczu i pioegi col chigé – A Dego ammazzano i pidocchi con il cucchiaio
A Rucoeta i maczu i piôgi con la sciupoeta – A Rocchetta ammazzano i pidocchi con il fucile
Si tratta di una serie di frasi scherzose che si diffondevano per prendere in giro i paesi vicini, probabilmente emerse nel dopoguerra nel nostro paese. Praticamente tutti le conoscevano.
A San Valentén tutte i òrie is giru in marén – A San Valentino tutte le arie si girano in marino (vento di mare)
L’espressione “tutte le arie si girano in marino” indica il vento di mare, il “marino”, vento più caldo della tramontana, è associato a un cambiamento delle condizioni climatiche. In effetti all’inizio della primavera nella nostra zona è molto facile avere giornate con il vento di mare.
A Santa Bibiana 40 dì o ina shmâna – A Santa Bibiana 40 giorni o una settimana
Molti detti radicati nella nostra tradizione sono stati creati in base alle osservazioni metereologiche. In questo caso, la frase suggerisce che le condizioni meteo osservate durante la festa di Santa Bibiana (2 dicembre) si manifesteranno per un periodo successivo di 40 giorni o una settimana.
Al ciòir du tuc – Al chiaro del tocco
Questa frase sta a significare “al buio”. È un modo simpatico per indicare una situazione in cui una persona si trova in una zona molto buia e deve toccare le cose per orientarsi o muoversi.
Ândi – Andatura
“Ândi” si riferisce all’andatura, ovvero al modo in cui una persona cammina o si muove. Tuttavia viene anche utilizzato in senso più lato per descrivere una persona che mostra una mancanza di impegno o voglia di lavorare. Quando si dice “u ia in ândi…” si sta facendo riferimento al fatto che la persona in questione sta procedendo o agendo con una certa noncuranza o pigrizia.
Arbanaela – Vaso di vetro con chiusura ermetica
L’etimologia del termine può essere ricondotta all’arabo “al-burn” infatti uno dei sinonimi di “arbanela” è “burnìa”. In arabo troviamo burnìya e bumiah, in catalano alburni e bùrnia, in persiano barni, in spagnolo albornìa, mentre in latino “hirnea” è inteso come una sorta di boccale.
Armanàc – Calendario
L’origine del termine “armanàch” sembra derivare dall’arabo “al-manakh”, che significa lunario o calendario. Questa parola ha raggiunto i nostri giorni provenendo dagli Arabi di Spagna, presso i quali “al-manakh” indicava tavole astronomiche utilizzate per determinare il giorno della settimana, convertire una data da un’era a un’altra e stabilire la posizione media del sole, della luna e dei pianeti in un giorno qualsiasi.
Arsçentè – Sciacquare
Il termine “arsçentè” descrive l’atto di sciacquare o ripassare qualcosa sotto l’acqua per pulirlo o renderlo più limpido, ad esempio, sciacquare piatti o panni dopo averli insaponati, lavare l’interno di un recipiente agitando dell’acqua oppure svolgere un’abluzione con una boccata d’acqua che poi viene mandata fuori. Ha probabilmente una connessione diretta con l’argento e la sua caratteristica di tornare pulito e limpido quando pulito.
“Prûma ed bèivi sa barbéra,a arsçèntae ra buca” = prima di bere questa barbera, sciacquati la bocca.
Sagrén – Dispiacere
“Sagrén” è un termine dialettale che equivale a “dispiacere”. Viene utilizzato per esprimere rammarico o tristezza, dispiacere, rimpianto o addirittura un’emozione negativa riguardo a una situazione specifica. “Sagrènte nént”, si dice.
Ma lascia pèrdi – Lascia stare, rinuncia
“Ma lascia pèrdi” è un’espressione dialettale che corrisponde a “Lascia stare” o “Rinuncia”. Viene utilizzata per suggerire di non continuare un’azione, un’idea o un’attività perché non ne vale la pena o perché non porterà a risultati positivi. Può anche indicare la volontà di interrompere una discussione o un argomento che non sta portando da nessuna parte o che è considerato inutile o poco promettente.
Sarà méy – Sarà meglio
“Sarà méy” è un modo di dire in dialetto che corrisponde a “Sarà meglio”. Viene utilizzato per consigliare o suggerire qualcosa a qualcuno, sottolineando che fare quella determinata azione è la scelta migliore o la soluzione più adatta in una data situazione.
Ad esempio, se qualcuno dice “Sarà méy che ti organizzi per tempo”, sta consigliando di organizzarsi in anticipo perché è la cosa migliore da fare considerando la situazione. Può essere utilizzato anche per enfatizzare la necessità o l’opportunità di agire in modo particolare in una determinata circostanza.
Ciantla lì – Smettila
“Ciantla lì” è un’espressione dialettale che corrisponde a “Smettila” o “Basta”. Letteralmente significa “piantala lì” ed è usata per interrompere qualcuno o per esortare a smettere di fare qualcosa.
Sçbrisç – Consumato
“Sçbrisç” indica qualcosa che è consumato o logora. Viene utilizzato per descrivere un oggetto o un elemento che è stato molto usato nel tempo e che mostra i segni dell’usura o del logorio, indicando che ha perso parte della sua qualità originale a causa dell’utilizzo prolungato. “T’òi la màya sbrìsçia”.
Ansùria – Falce
“Ansùria” corrisponde a “falce” per il taglio dell’erba o del grano.
Teashta guìcza – Testa appuntita (vivace)
Letteralmente “Testa guìcza” significa persona con una testa allungata, appuntita. Viene anche utilizzato per indicare una persona pungente, piccante; vivace, arguta, allegra, briosa.
Rangèse – Aggiustarsi (risolvere situazioni)
Rangèse è un termine che implica adattarsi, potenzialmente trovando lavoro, risolvendo situazioni intricate o sciogliendo nodi. Alcuni lo utilizzano correttamente anche come “arangèse”, ma in generale ha un significato più ampio che indica la sopravvivenza, il farcela.
Il termine deriva da “rangè” o “arangè”, che significano aggiustare, sistemare o risolvere qualcosa. Può persino indicare la risoluzione di una relazione difficile e vale altrettanto in ambito economico o lavorativo. In sostanza il concetto racchiuso nel termine “rangèse” implica la capacità di adattarsi e superare ostacoli, che siano di natura personale, professionale o economica. Significa anche saldare un conto in sospeso.
Ribòta – Festa in casa
Il termine “Ribòta” etimologicamente si pensa che derivi dal latino “rebutus”, che significa “rovesciato” o “rovesciare”. In questo senso il concetto di ribotta si riferisce a una situazione in cui le cose sono mescolate o rovesciate, portando a un caos o a una situazione di disordine generale.
Vôgia – Veglia
Quasi autoesplicativa, significa ‘veglia’ e deriva direttamente dal verbo “vègè” – ‘vegliare’ – rimanere svegli in compagnia di altre persone. E cosa succede durante questa attesa? Poesie, racconti, canzoni, corteggiamenti, preghiere, giochi, lavori manuali… Un tempo ci si riuniva nelle stalle, alcuni giocavano a carte, le donne ricamavano o lavoravano a maglia, qualcuno creava cesti, scope o riparava attrezzi; altri forse si divertivano suonando strumenti musicali, dando a chi desiderava cantare uno sfogo; la veglia sembrava seguire uno schema libero, non scritto. “Indè in vôgia” era il diversivo atteso che univa le persone al di fuori delle interminabili giornate lavorative. Con il miglioramento del tenore di vita e si andava in “vôgia” nelle case di amici e parenti che abitavano nelle vicinanze. L’avvento della televisione sembra essere stata la causa più plausibile della fine della “vôgia”.
Bòcia – Aiutante
Il termine è utilizzato per indicare un apprendista che lavora a stretto contatto con un artigiano esperto apprendendo le competenze e le tecniche del mestiere.
Bot – Colpo (Utilizzato per indicare le ore)
Il termine in dialetto “bòt” è utilizzato per indicare le prime tre ore, sia mattutine che pomeridiane, mentre per le altre ore, dalle quattro alle undici, si utilizza la parola “ure”. La parola “bòt” ha una radice legata al rintocco o colpo della campana, che tradizionalmente è stata l’unico mezzo per scandire il tempo nella vita quotidiana della comunità.
Che ore sono? = che ora u l’é?
È la mezza = u l’é mez bòt
È l’una = u l’é in bòt
È l’una e mezza = u l’é in bot e mez
Sono le due = u l’é dui bòti
Sono le tre = u l’é trèi bòti
Sono le quattro = u l’é quatr ure
Sono le quattro e mezza = u l’é quatr e mezza
Sono le sette = u l’é set ure
È mezzogiorno = u l’é mesdì
È mezzanotte = u l’é mezanoec*
Per far capire che si tratta di un’ora del mattino, del pomeriggio, della sera o della notte si aggiunge: ed matin / ‘dla matén, ed dop-mesdì, ed sèira, ed noec*.
Broen – Crusca
“Bren” in dialetto indica la crusca, ovvero il guscio esterno del chicco di grano che viene separato durante il processo di macinazione per ottenere la farina. È composta principalmente da cellulosa e fibre ed è considerata la parte meno raffinata del grano. Curiosamente in inglese per indicare la parte esterna del chicco di grano si fa riferimento alla “bran” o “bran layer”.
Bon com’el pan – Buono come il pane, molto buono
Questo detto riflette l’idea che il pane, essendo un alimento fondamentale nella dieta di un tempo, è associato a valori positivi. Il pane rappresenta la generosità e la disponibilità a condividere, così come il suo essere un elemento di base della vita quotidiana. Quindi, quando si dice che qualcuno è “buono come il pane”, si sta indicando che quella persona è affidabile, generosa, gentile e ha un carattere sostanzialmente buono e onesto.
Bròv cum’u su – Bravo come il sole (bravissimo)
Il sole è un simbolo di luce, calore e vitalità. Nella cultura popolare è spesso associato a qualità positive come la forza, la generosità e la positività. Il sole fornisce luce per guidare il nostro cammino e calore per nutrire e far crescere le cose intorno a noi. Quindi, quando si dice che qualcuno è “bravo come il sole”, si intende sottolineare la sua eccellenza e il suo essere estremamente buono, come se fosse una qualità radiosa e positiva come la luce e il calore del sole.
In sostanza questa espressione evidenzia la qualità eccezionale e la bontà di una persona, utilizzando il sole come metafora per sottolinearne la grandezza e la luminosità delle sue azioni o del suo carattere.
Brût cume la nôc* – Brutto come la notte (bruttissimo)
Questa frase sfrutta l’immagine della notte per esprimere una bruttezza estrema. In breve l’espressione “brût cume la nôc*” utilizza l’oscurità della notte come metafora per enfatizzare la bruttezza o l’aspetto poco gradevole di qualcosa o qualcuno.
Brûsçe Carvè – Bruciare Carnevale
Un tempo, le famiglie tenevano erbacce, sterpaglie e foglie dei sottoboschi raccolte nei giorni precedenti per poterle bruciare l’ultimo giorno di Carnevale. Il detto “Brusge carvè” sta ad indicare proprio l’addio definitivo alla stagione invernale, e l’arrivo della primavera con la rinascita della natura e della vita stessa, il momento in cui iniziano i lavori agricoli stagionali. Si vedevano molti focolari accesi lungo le nostre colline e le persone ridevano e scherzavano intorno al fuoco. Era un momento di pura gioia e allegria, in cui il calore del fuoco si mescolava al calore umano.
Bucunò – Boccata
Indica la quantità di cibo o altro che può essere contenuto in bocca in una volta. Questo termine ora è molto legato al paese di Dego quando durante il Palio della Tira (oggi Palio dei Rioni) si mangia la “tira” con delle “bucunò”. “Con desç bucunò u y a mangiò la tira” = Ha mangiato la tira in dieci bocconi.
Bunânima – Defunto caro
Il termine in italiano viene adattato con “buon’anima”. Nella tradizione popolare non si doveva mai parlare mare dei morti e, citandoli, si aggiungeva questo epiteto. Questa usanza è quasi andata perduta completamente. Questo termine viene talora usato scherzosamente quando, dopo un periodo di lontananza, ci si ritrova con qualcuno che non si è visto per molto tempo.
Canòn – Tubo della stufa
Il termine “canòn” indica un grossa tubo ed è usato sia per il tubo della stufa che per il cannone da guerra, ma indicava anche i contenitore cilindrico del sale o dello zucchero.
Il Biondino utilizzò proprio un tubo della stufa “in canòn” per camuffare una vecchia auto e farla sembrare , da lontano, per i nemici un carro armato.
Catè – Comprare
Il termine dialettale “catè” può assumere diversi significati a seconda del contesto in cui viene utilizzato. Può significare “comprare”, indicando l’azione di acquistare beni o servizi. D’altra parte il termine “catè” può anche significare “generare”, “partorire”.
Cavàgn – Cesto
È un tipo di cesto caratterizzato da un manico centrale che consente una distribuzione del peso uniforme, rendendolo comodo da trasportare anche quando è pieno. Questo tipo di cesto è particolarmente adatto per attività all’aperto come la raccolta di frutta dagli alberi o la ricerca di funghi nei boschi, poiché consente, tenendolo con il braccio, di avere le mani libere per raccogliere gli oggetti desiderati.
Ciabòt – Piccola costruzione edile
La parola “ciabòt” evoca la compattezza di una costruzione, una sorta di casetta in miniatura tipica delle nostre zone e principalmente utilizzata per il deposito di attrezzi.
Cian, barbé, che l’èva a brûsçia – Piano, barbiere, perché l’acqua scotta
La frase incorpora un senso di umorismo e saggezza popolare per comunicare un avvertimento in modo vivace. In sostanza suggerisce che il barbiere dovrebbe fare attenzione e procedere con cautela in quanto l’acqua è bollente e rischiosa.
Questo detto viene utilizzato in vari contesti per consigliare qualcuno di essere prudente o di procedere lentamente, evitando di fare qualcosa troppo in fretta o senza considerare i potenziali rischi.
Cimpè – Bere molto
Questo termine indica il consumo abbondante di bevande, soprattutto vino, e potrebbe essere stato introdotto dalle armate francesi. In francese, l’espressione “chinquer” che significa “bere eccessivamente”.
Ciuèndia – Siepe, steccato, barriera
“Ciuèndia” è un termine che si riferisce a una “siepe” o a un “recinto di siepi”. Indica una barriera naturale o artificiale che separa proprietà private, delimita confini o per creare una barriera visiva tra diverse aree di terreno. Deriva da “chiudenda”.
Corba – Grande cesto
La “corba” è un grande cesto. Questo tipo di cesto è particolarmente adatto per trasportare oggetti voluminosi o una grande quantità di materiale, utilizzato nelle attività agricole e nei lavori all’aperto, come la raccolta dell’erba tagliata nei campi e la raccolta delle foglie. SE ha due manici laterali si chiama “tèshtén”.
Cum’a l’è – Come va
È un modo informale e amichevole per chiedere a qualcuno come si sente o come sta procedendo la sua giornata, utilizzato per esprimere interesse nei confronti di un’altra persona.
Dàine di nomi! – Dagliene dei nomi!
Il modo di dire “dàine di nomi” è usato per invitare o sollecitare qualcuno a dire ciò che è rilevante o necessario, senza perdersi in spiegazioni e dettagli superflui. Quando si dice “dagliene dei nomi!”, si sta chiedendo di andare direttamente al punto, evitando divagazioni o discorsi prolissi.
De sfrôsç – Di nascosto, di frodo
Si riferisce al fare qualcosa di nascosto agendo in modo clandestino.
‘Dma ciû – Solo più
“Dma ciû” è un’espressione dialettale che letteralmente corrisponde a “soltanto più…”.
Dôit – Stile, modo di fare
Il termine dialettale “doit” si riferisce allo stile o al modo di fare di una persona. Può essere usato per descrivere il comportamento, l’atteggiamento o la personalità di qualcuno. Ad esempio, se dici che qualcuno ha un “doit” amichevole, stai indicando che la persona ha un modo di fare cordiale e accogliente.
Done, galène e òche tuca tnine pòche – Donne galline e oche è meglio tenerne poche
La frase suggerisce ironicamente che ridurre il numero di donne, galline e oche può portare a una vita più semplice e meno problematica. Questo perché le donne, le galline e le oche possono essere fonti di problemi o complicazioni nella vita quotidiana.
Du done e ‘n’òca i fan in merco – Due donne ed un’oca fanno un mercato
È una forma di sarcasmo che gioca con l’idea che la presenza di due donne e un’oca possa essere sufficiente per creare confusione o scompiglio come in un mercato.
Envesçèndèse – Andare in confusione momentanea
Questa espressione indica una situazione in cui una persona si trova momentaneamente disorientata o confusa, magari a causa di una serie di eventi improvvisi o inaspettati. Viene usata, ad esempio, quando qualcuno si trova in una situazione improvvisa e non sa come reagire o quando le circostanze diventano improvvisamente complicate e difficili da gestire.
Fadò – Grembiule
Connesso con la parola “falda” (la piega di una veste) questo termine indica il grembiule. Si usa anche “fudarén” per indicare il grembiulino utilizzato dai bambini a scuola.
Il grembiule aveva molteplici funzioni, fungendo da accessorio indispensabile nella vita quotidiana. Oltre a proteggere i vestiti da macchie di olio o sugo, svolgeva il ruolo di presina per maneggiare oggetti caldi senza scottarsi. Nella vita contadina, il grembiule diventava un pratico strumento per trasportare uova, patate, legna e altri oggetti dalla cucina al pollaio o al campo.
Farlòc – Falso
Il termine “farlòc” significa falso o falsificato, contraffatto o non genuino. Può essere impiegato per descrivere un oggetto, un’idea o una situazione che è stato manipolato o alterato in modo da risultare ingannevole o non veritiero.
Fè balè i dènci – Far ballare i denti (mangiare)
È un modo di dire colorato per indicare mangiare. Gioca sull’idea di far “ballare i denti” utilizzando un linguaggio figurato per descrivere l’atto di mangiare o consumare cibo. Si usa ad esempio la frase “U l’è ‘ndò a fè balè i denci a l’oshtu = è andato a pranzo al ristorante”.
Fèrloeca – Taglio
Indica una ferita o una lesione al corpo. Quando si dice “am son fòme ‘na baela ferloeca” si indica che ci si è fatti una ferita molto ampia.
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